Agorafobia: sintomi e trattamento

Agorafobia: sintomi e trattamento

Ultimo aggiornamento: 04 luglio, 2017

L’agorafobia è un disturbo psicologico fortemente connesso con le crisi di angoscia. Anche se l’agorafobia può presentarsi senza aver prima sofferto di disturbi di angoscia o di ansia, nella maggior parte dei casi queste psicopatologie si presentano assieme. Per questo, oggi riteniamo necessario dare una descrizione completa dei due concetti; in questo modo, il lettore potrà comprendere meglio il significato del termine “agorafobia”.

La crisi di angoscia, altrimenti chiamata in gergo scientifico “attacco di panico” o “ansia”, porta all’immediata comparsa di intensa paura o malessere in forma isolata e temporanea. Di solito è accompagnata da alcuni sintomi caratteristici, sia fisiologici (palpitazioni o tachicardia, sudorazione, tremore, sensazione di soffocamento o di annegamento, senso di oppressione al torace, nausea o fastidi addominali, senso di svenimento) sia cognitivi (senso di irrealtà, anche chiamato de-realizzazione, alterazione della percezione di se stessi o de-personalizzazione, credere di perdere il controllo, di impazzire o di morire).

Chiaramente, quando un individuo prova improvvisamente tutte queste manifestazioni fisiologiche e, di conseguenza, il suo modello di pensiero diventa catastrofista, viene attaccato da una dose ancora maggiore di paura. I primi sintomi di ansia, dunque, aumentano ancora di più.

Il soggetto avvertirà con maggiore fermezza di essere sul punto di morire o perdere il controllo della situazione e i sintomi si intensificheranno.

In questo modo, ha inizio un ciclo che fa crescere l’ansia fino ad un punto in cui il soggetto chiede aiuto o fa preoccupare le persone che lo circondano, che allora chiederanno aiuto al posto suo. Altri comportamenti caratteristici di questo tipo di ansia spingono il soggetto ad evitare i posti che prevede essere fonti di malessere oppure a scappare o a prendere un ansiolitico se vi si trova già.

Tali reazioni prendono il nome di “comportamenti di sicurezza” e hanno lo scopo di prevenire la possibile catastrofe immaginata nella testa del paziente. Qual è il problema dei comportamenti di sicurezza? Che funzionano solo nel breve periodo.

Spieghiamoci meglio: se l’individuo, quando nota questi sintomi, assume un ansiolitico, beve acqua o fugge dalla situazione, vedrà che le sensazioni sgradevoli si riducono. È così che la fuga agirà da rinforzo positivo, portando il soggetto ad agire allo stesso modo anche in futuro. L’individuo allora si limiterà ogni giorno di più perché la sua tendenza ad evitare le cose non gli permette di capire che, in realtà, non sta per succedere niente di terribile: non morirà, non perderà il controllo della situazione e non impazzirà.

Scappare non gli permette di rendersene conto. Dà ragione a se stesso, pensando che sia sano e salvo solo grazie alla sua fuga o all’attivazione dei comportamenti di sicurezza.

In realtà, l’interpretazione del paziente è prevenuta. Egli è erroneamente convinto che i suoi sintomi possano ucciderlo perché effettivamente assomigliano, in parte, a quelli dell’infarto o della psicosi. Ma bisogna capire che il fatto che si assomiglino non vuol dire che siano davvero gli stessi.

si tratta di sintomi propri dell’ansia, causati dall’aver sopportato troppe avversità nella vita e che, come se fossero stati messi in una pentola a pressione, sono scoppiati, mandando al soggetto il messaggio che è ora di fermarsi e riprendersi la propria pace interiore e il proprio equilibrio.

Quando emerge l’agorafobia?

L’agorafobia nasce quando la persona che ha vissuto più volte questa crisi d’ansia contrae una terribile paura che i sintomi si ripresentino in situazioni concrete. Tale timore è motivato dall’idea del soggetto di rivivere un attacco senza riuscire ad ottenere aiuto.

In questo caso, il soggetto prova la cosiddetta “paura della paura”, la quale è paragonabile alla paura che un bambino nutre nei confronti della sua ombra e che lo porta a scappare da essa. A causa di questo timore, dunque, l’individuo evita tutte le situazioni durante le quali in passato ha avvertito i sintomi già citati, persino quelle simili.

Ad esempio, se gli attacchi di panico si sono palesati in un supermercato, è probabile che, con il tempo, il soggetto associ i supermercati a luoghi come i cinema, i centri commerciali e i trasporti pubblici.

Siccome il paziente smette di ricevere rinforzi positivi dall’ambiente circostante, questo limite può anche sfociare in sentimenti depressivi. Si sente ogni giorno più inutile, la sua autostima cala e la sua disperazione aumenta.

Qual è la causa sottostante?

Esistono alcuni fattori esplicativi che tentano di rispondere a questa domanda, anche se non devono necessariamente verificarsi tutti perché un caso di agorafobia abbia luogo (con o senza crisi di angoscia previa). Gli esperti ci segnalano diversi fattori che favoriscono la comparsa di tale disturbo, eccone alcuni:

Attenzione focalizzata sulle proprie sensazioni

Ci sono persone che hanno una sensibilità speciale per notare qualsiasi cambiamento corporeo: stanno costantemente attente, sia in modo consapevole che inconsapevole, alle loro reazioni ed alterazioni corporee e le prendono come punti di riferimento per prevedere i pericoli che abbiamo elencato prima.

Quando si presenta un sintomo di carattere fisico simile a quelli descritti in precedenza, i soggetti con questa predisposizione lo noteranno rapidamente, aumentando il loro stato d’ansia. Questa teoria ha una forte base empirica, come dimostrò lo studio realizzato da Ehlers, Margraf, Roth e altri (1980) in cui si notò che, nei pazienti con disturbi d’angoscia, l’ansia aumentava considerevolmente quando questi notavano che il loro battito cardiaco era accelerato.

Iperventilazione cronica

Con l’iperventilazione, si provoca l’alcalosi respiratoria compensata (con un PH sanguigno quasi normale), il che significa che i livelli di diossido di carbonio e di bicarbonato nel sangue sono inferiori alla media. Questo abbassamento porta le persone ad essere più propense a soffrire di crisi di ansia e, dunque, ad essere affette da agorafobia.

Ansia da separazione nell’infanzia

Alcuni autori, come Silone, Manicavasagar, Curtis e Blaszczynski (1996), ritengono che l’agorafobia possa essere collegata alle reazioni di ansia da separazione manifestate durante l’infanzia. L’ansia da separazione può rendere il soggetto più vulnerabile a cadere nel comportamento di fuga che si sviluppa durante gli attacchi di panico, i quali lo portano a soffrire di agorafobia.

Un maggior numero di elementi di stress

Ci sono alcuni fattori ambientali di carattere stressante, come la perdita dell’impiego, una rottura sentimentale o la perdita di un proprio caro, che possono fungere da fattori che favoriscono la comparsa di una crisi.

Fattori genetici

Se uno tra due gemelli monozigoti soffre di questo disturbo, è probabile che anche l’altro ne sia affetto. I familiari di persone con il disturbo dell’angoscia hanno una probabilità che va dal 25 al 32% di essere affetti da un disturbo di ansia.

Qual è il trattamento per l’agorafobia?

Trattandosi di una paura della propria paura, ovvero della paura dei sintomi che abbiamo elencato prima, il trattamento dev’essere volto al superamento di questo timore e alla possibilità di condurre la vita con normalità. Quest’obiettivo generale ingloba altri obiettivi più specifici che il paziente deve compiere progressivamente durante la terapia.

Il trattamento psicologico cambia a seconda che si tratti di agorafobia “semplice” o agorafobia accompagnata da storie di crisi d’angoscia, ci sono alcuni punti in comune. In questo articolo ci occuperemo del trattamento dell’agorafobia. In primo luogo, il paziente ha bisogno di sapere cosa succede e, a questo scopo, bisogna fare uso della psico-educazione. La psico-educazione non è una vera e propria tecnica psicologica, ma aiuta il soggetto a capire cosa gli stia succedendo e a normalizzarlo.

Si spiega al paziente in cosa consiste il suo disturbo, quali sono le cause, perché si mantiene nel tempo e in cosa consisterà il trattamento.

Una volta che il paziente conosce il suo disturbo e le opzioni di cura, si può iniziare la terapia vera e propria. In questo articolo ci concentreremo sulla terapia cognitivo-comportamentale, poiché è quella con la base scientifica più consistente. Il trattamento prevede due parti ben distinte: una cognitiva e una comportamentale.

L’obiettivo è, da una parte che la persona cambi le sue idee errate a proposito dei suoi sintomi e delle circostanze in cui deve muoversi, dall’altra che sia capace di esporsi a queste situazioni senza ricorrere ai comportamenti di sicurezza. Lo scopo finale è, quindi, che l’ansia si riduca e che i pensieri distorti cambino.

La ristrutturazione cognitiva è la “tecnica della scelta” quando lavoriamo con i pensieri. Consiste nel fare al paziente delle domande dirette a smontare i pensieri negativi e irrazionali che fanno parte del disturbo.

In questo modo, il paziente viene obbligato a modificare queste idee e a sostituirle con altre più connesse alla realtà. Ad esempio, se il paziente dice di avere paura perché prevede che gli verrà un attacco cardiaco, alcune delle domande che potremmo porgli sono “Che dati hai a sostegno di questo pensiero?”, “Come fai a sapere che avrai un attacco di cuore?”.

Gli esperimenti comportamentali sono un’altra tecnica cognitiva da impiegare. Sono di carattere cognitivo perché l’obiettivo è quello di smontare i pensieri del paziente. Il soggetto deve, assieme al suo terapeuta, formulare delle ipotesi su una situazione a cui dovrà esporsi in futuro per mezzo dell’esperimento. Il paziente annota tutto quello che gli viene in mente e poi prende parte attiva all’esperimento. Dopodiché, riflette e osserva se ciò che è accaduto rispecchia i suoi pensieri precedenti.

Anche se le tecniche cognitive sono essenziali per aiutare il soggetto agorafobico ad affrontare in modo più tranquillo le situazioni che gli provocano ansia, le tecniche comportamentali, mantenute nel tempo, elimineranno del tutto il disturbo. Quando parliamo di tecniche comportamentali nel contesto dell’agorafobia, ci riferiamo alla reale e viva esposizione alle situazioni.

Il paziente, assieme al terapeuta, deve elaborare una gerarchia di situazioni ansiogene, da quella che gli procura meno ansia a quella che gliene procura di più. La valutazione viene fatta per mezzo di Unità Soggettive di Disagio (SUD) che vanno dallo 0 al 10. Alcune situazioni includeranno alcuni comportamenti di sicurezza che dovranno essere progressivamente eliminati, finché il soggetto non sarà capace di affrontare le situazioni come qualsiasi altra persona sana.

Affinché l’esposizione alla circostanza si svolga adeguatamente, è sufficiente che il paziente impari delle tecniche di rilassamento. Due opzioni sono il rilassamento basato sulla respirazione e il rilassamento di Jacobson. Questo semplificherà la fase dell’esposizione all’esperienza.

Si potrà dire che il paziente ha superato una situazione di disagio quando questi nota che la sua ansia si sta riducendo notevolmente e che può cavarsela da solo. Solo allora si potrà passare alla situazione successiva, ma mai prima; in caso contrario, potremmo provocare una sensibilizzazione invece di un adattamento, il che non corrisponde all’obiettivo del caso.

Se l’esposizione ha successo, il paziente riuscirà ad adattarsi. In questo modo, le cause fisiologiche e l’ansia si ridurranno a livelli normali; inoltre, il soggetto imparerà ed interiorizzerà l’idea realista che niente delle cose terribili che si era prefigurato succederanno.

Questo è, a grandi linee, il trattamento generale per l’agorafobia. Tuttavia, a seconda del caso, si possono inglobare altre strategie, come l’allenamento delle abilità sociali, il trattamento di sintomi depressivi (qualora ce ne fossero), l’eliminazione di rinforzi secondari, ecc. In alcuni casi più specifici o di corso più lungo, può essere consigliabile combinare la psicoterapia con un trattamento farmacologico.

 


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