È difficile essere bambini in un mondo di gente stanca

· 4 novembre 2016

Non esistono bambini difficili, la vera difficoltà consiste nell’essere bambini in un mondo di gente stanca, occupata, impaziente e sempre di corsa. Vi sono genitori, professori e tutori che dimenticano uno degli elementi più importanti dell’educazione di un bambino: offrirgli avventure da bambino.

È un problema così comune da portarci, a volte, a preoccuparci semplicemente perché il bambino è irrequieto, chiassoso, allegro, emotivo e vivace. Ci sono genitori e professionisti che non vogliono bambini, vogliono bambolotti.

È normale che un bambino corra, salti, gridi, provi esperienze nuove e renda il suo ambiente circostante un parco tematico. È normale che un bambino, per lo meno in tenera età, si mostri com’è e non come lo vogliono gli adulti.

Tuttavia, per ottenere ciò, è necessario capire due cose fondamentali:

  • Il movimento non è una malattia: vogliamo un autocontrollo che non viene fomentato né dalla natura né dalla società.
  • Facciamo un favore ai bambini se li lasciamo sfogare ed evitiamo di stimolarli in eccesso.

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Malattie? Trattamento per i bambini? Perché?

Sebbene sia molto di moda in ambito sanitario e scolastico, il Disturbo da Deficit di Attenzione ed Iperattività (DDAI) è oggetto di discussione, almeno per come viene concepito. Al giorno d’oggi si considera un cassetto da sarto nel quale si ammassano casi diversi che vanno da problemi neurologici a problemi di condotta o di mancanza di risorse ed abilità di gestione del proprio ambiente.

Le statistiche sono sconvolgenti. Secondo i dati del Manuale diagnostico e Statistico dei disturbi mentali (DSM-IV TR), la prevalenza del DDAI va dai 3 ai 7 casi per ogni 100 bambini. L’aspetto preoccupante è che l’ipotesi biologica che soggiace a questi dati è semplicemente questo, un’ipotesi che cerca di essere confermata dal metodo prova-errore con ragionamenti che iniziano con “Sembra che questo di verifichi perché…”.

Nel frattempo correggiamo in eccesso i bambini perché presentano comportamenti ribelli, perché non mostrano attenzione e sembrano non pensare quando svolgono le attività. È un tema delicato, per questo bisogna essere particolarmente prudenti e responsabili e consultare bravi psichiatri e psicologi infantili.

Partendo da questa base, dobbiamo sottolineare che non esiste un esame clinico né psicologico che determini in modo oggettivo l’esistenza del DDAI. Di certo gli esami si realizzano tramite diverse prove e all’analisi delle stesse. In base a quando vengono realizzate e all’interpretazione soggettiva delle prove, si formula la diagnosi. Inquietante, vero?

Non bisogna dimenticare che se ai bambini vengono somministrati anfetamine, antipsicotici ed ansiolitici, è possibile che si presentino conseguenze nefaste nei confronti del loro sviluppo neurologico. Non conosciamo con esattezza le ripercussioni di questa cura, tanto meno di un abuso della stessa. Una cura che riduce solo la sintomatologia, ma che non la annulla in nessun modo.

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Sembra un’assurdità, ma perché persiste? Probabilmente uno dei motivi è quello economico, poiché l’industria farmaceutica smuove migliaia di milioni grazie ai trattamenti farmacologici destinati ai bambini. D’altro canto, vi è la filosofia del “meglio questo che niente”. L’autoinganno della pillola della felicità è un fattore comune a molte patologie.

Mettendo da parte le etichette e le diagnosi che, rispetto alle proporzioni in cui vengono emesse, risultano discutibili, dobbiamo mettere un freno e avere molto chiaro che a volte sono gli adulti ad essere malati e che il principale sintomo di ciò è la cattiva gestione delle politiche educative e delle sequele.

Un numero sempre maggiore di specialisti è consapevole di ciò e cerca di frenare i genitori e gli altri professionisti che tendono ad attribuire l’etichetta del DDAI ai problemi che, spesso, si verificano a causa dell’ambiente in cui vive il bambino che si vede privato dell’opportunità di dare briglia sciolta alle sue capacità.

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Como affermano diversi specialisti, il DDAI non è altro che un’etichetta per comportamenti, definiti problematici, i quali non hanno una solida base scientifica neurologica. Si tratta di una sfortunata etichetta che ingloba problemi o aspetti fastidiosi che in realtà rientrano nella normalità.

Si è diffusa l’idea dello squilibrio neurochimico come causa di diversi problemi, ma non vi è certezza che questi ne siano la causa o la conseguenza. Gli squilibri neurochimici, infatti, possono generarsi anche in relazione con l’ambiente.

La domanda adatta è la seguente: il DDAI è scienza o ideologia? Conviene essere critici e dare un’occhiata a un mondo che fomenta il “cerebrocentrismo” e che cerca cause materiali di tutto senza pensare a quale causa e a quale conseguenza. Forse dovremmo rivedere il modo in cui stiamo costruendo la società e quali “evidenze scientifiche” sono tali.

Partendo da questa base, dovremmo capire quali sono le necessità e quali le forze di ogni bambino ed ogni adulto suscettibile di diagnosi. Un approccio individuale garantirà maggiore benessere e salute sia ai piccoli sia alla società in generale. La prima cosa che dobbiamo fare, dunque, è autocriticarci.