La felicità non si cerca: inciampiamo in essa

· 3 novembre 2016

La felicità non si cerca, inciampiamo in essa. È semplice e Daniel Gilbert ce lo ricorda nel suo best-seller “Stumbling on happiness” (“Inciampando sulla felicità”) in cui analizza in diversi modi, le teorie e le realtà riguardo la felicità.

Questo libro è un viaggio appassionante su come funziona la mente e sul modo in cui questa gioca con noi. Gli aspetti che coinvolge sono numerosi, dall’illusione ottica all’influenza sul nostro stato d’animo delle opinioni di persone che hanno vissuto esperienze simili alle nostre.

Ci dice, inoltre, che non esiste una formula semplice per raggiungere la felicità. Tuttavia, il nostro cervello ci permette di andare avanti, verso il futuro, ed è così che inciampiamo nella felicità. E voi, in che modo inciampate? Vi invitiamo a riflettere su questo argomento a partire dai seguenti punti chiave.

La felicità è soggettiva e determinata dalla vicinanza

A volte ci dimentichiamo che la felicità è una cosa soggettiva, soprattutto quando vediamo che qualcuno la vuole vendere come se si trattasse di un bene materiale e delimitato. La felicità è un’esperienza e come tale è diversa in ogni individuo e determinata dalle circostanze.   

“…potremmo avere la certezza che, se formuliamo a diverse persone la stessa domanda, la risposta media sarà un indicatore più o meno appropriato dell’esperienza in questione. La scienza della felicità richiede il gioco delle probabilità, e l’informazione che tale scienza ci apporta corre sempre il rischio di essere sbagliata.”
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Quando immaginiamo le situazioni che potremmo arrivare a sperimentare in futuro, ci rendiamo conto che esistono due tipi di futuro. Il futuro immediato, ovvero ciò che succederà domani o tra qualche giorno, quello credibile e vicino. E poi, un altro futuro più lontano, situati anni luce da quello che viviamo ora, un futuro difficile da percepire come reale in questo momento.

“… le persone immaginano il dolore del futuro più prossimo come qualcosa di talmente grave che sarebbero disposti a pagare un dollaro per evitarlo, ma considerano il dolore del futuro più lontano qualcosa di lieve, tant’è che lo sopporterebbero in cambio di un dollaro”

Molte volte ci ancoriamo al presente a tal punto da immaginare il nostro futuro concentrato nel presente che stiamo vivendo. Ad esempio, ci risulta complicato immaginare il sapore di un frutto che mangeremo domani se, mentre immaginiamo questa sensazione, stiamo tenendo occupato il gusto con un altro sapore.

In questo caso si parla di “presentismo” e condanna la nostra visione delle cose, anche di quelle possibili, perché ci mantiene in qualche modo ancorati al presente. Non si tratta di pensare continuamente al futuro, ma di sapere che quando lo immaginiamo, gli conferiamo le possibilità del nostro presente.  

Quando immaginiamo la felicità, dunque, crediamo che abbia a che vedere con quello che sogniamo ora, mentre vari studi ci hanno dimostrato il contrario. La felicità potrebbe essere ciò che otteniamo quando non otteniamo ciò che sogniamo ora. Vale a dire, la felicità può nascondersi in ciò che in questo momento non contempliamo nemmeno e in ciò in cui il destino potrebbe farci inciampare.

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L’intolleranza dell’incertezza e l’importanza del controllo

L’essere umano non tollera l’incertezza. In realtà, potremmo pensare che l’incertezza ci apre un mondo di infinite possibilità, e che questo aspetto è positivo. Purtroppo l’essere umano si concentra soprattutto sulla sensazione di mancanza di potere e sull’importanza del controllo, piuttosto che pensare alle cose positive che potrebbero accadere.  

“La conoscenza è potere”. Il motivo per cui il cervello insiste nel simulare il futuro è che desidera controllare le esperienze che vivremo: vogliamo sapere cosa accadrà per poter fare qualcosa al riguardo. Il nostro desiderio di controllare la nostra vita è tanto intenso e la sensazione è molto gratificante: alcuni studi suggeriscono che, quando perdiamo la nostra capacità di controllare le cose, ci sentiamo infelici, indifesi, disperati e depressi.

Di fronte all’incertezza, inoltre, l’essere umano cerca delle spiegazioni agli avvenimenti che si verificano intorno a lui. Sopratutto quando questi avvenimenti sono inspiegabili, cosa che amplifica il loro raggiungimento emotivo, perché sono poco frequenti e tendiamo a pensare costantemente ad essi.

Per questa ed altre ragioni, Daniel Gilbert ci dice che siamo soliti inciampare nella felicità, anche se non riusciamo a vederla perché il nostro cervello ci pone delle trappole. Lo fa paragonando la nostra felicità con quella degli altri, anche sapendo che è una cosa soggettiva e che forse noi, nelle medesime circostanze, non ci sentiremmo come coloro che crediamo felici.

Pensate: e se la felicità fosse la capacità di accettare che tutto può cambiare? E se la felicità fosse qualcosa che non possiamo controllare? E se la felicità fosse avanzare verso il futuro e capire ciò in cui il nostro cervello ci fa inciampare prima di raggiungerla?