Il mito della fenice e il fantastico potere della resilienza

18 settembre 2017 in Psicologia 10051 Condivisi

Nel suo libro “Simboli della trasformazione”, Carl Gustav Jung scrive che l’essere umano e la fenice hanno molte cose in comune. Questa emblematica creatura di fuoco, in grado di risorgere maestosamente dalle ceneri della sua stessa distruzione, simboleggia anche il potere della resilienza, l’ineguagliabile abilità di rinascere molto più forti, coraggiosi e luminosi.

Se esiste un mito alla base di quasi tutte le dottrine, culture e leggende dei nostri paesi, è senza dubbio quello che fa riferimento alla fenice. Si narra che le sue lacrime fossero curative, che avesse una grande resistenza fisica, che fosse in grado di controllare il fuoco e che possedesse una saggezza infinita. Secondo Jung, era in sostanza uno degli archetipi di maggiore considerazione, perché nel suo fuoco erano contenute la creazione e la distruzione, la vita e la morte…

“L’uomo che si alza è ancora più forte di quello che non è mai caduto”
-Viktor Frankl-

Analogamente, è interessante sapere che, sia nella poesia araba sia nella cultura greco-romana e persino in gran parte del patrimonio storico orientale, vi sono precoci riferimenti alla sua mitologia. In Cina, ad esempio, la Fenice (o la Feng Huang) simboleggia non solo la più alta espressione di integrità, potere e prosperità, ma anche il concetto di yin e yang, questa dualità che armonizza tutto ciò che accade nell’universo.

Vale comunque la pena ricordare che le prime testimonianze culturali e religiose che ruotano attorno a questa figura provengono dall’Antico Egitto, dove, a sua volta, prende forma quest’immagine che oggi associamo alla resilienza. Ogni dettaglio, sfumatura e simbolo che caratterizza questo mito ci offre senza dubbio un ottimo spunto sul quale riflettere.

La fenice e il potere di risorgere dalle proprie ceneri

Viktor Frankl, neuropsichiatra e fondatore della logoterapia, sopravvisse alla tortura dei campi di concentramento. Proprio come ha spiegato egli stesso in molti dei suoi libri, un’esperienza traumatica è sempre negativa, ma la reazione alla stessa è strettamente connessa alla persona che la vive. Sta a noi scegliere se rialzarci e riprendere in mano la nostra vita risorgendo dalle ceneri in un trionfo senza eguali; o, al contrario, limitarci a vegetare e abbatterci…

Questa ammirevole capacità di rinascita, di riprendere fiato, ritrovare la voglia di andare avanti e le forze per farlo, a partire dalle nostre sventure e dai cocci rotti che ci portiamo dentro, prima di tutto attraversa un periodo davvero buio, certamente comune a molti: la “morte”. Quando affrontiamo un momento traumatico, “moriamo un po’”, abbandoniamo una parte di noi stessi che non tornerà più, che non sarà più uguale.

Carl Gustav Jung, infatti, stabilisce la nostra similitudine con la fenice perché anche questa fantastica creatura muore, anch’essa permette che si verifichino le condizioni necessarie per morire, perché sa che dai suoi stessi resti risorgerà una versione di sé molto più forte.
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Fra tutti i miti su questa figura, quello egizio ci offre, come abbiamo detto prima, ottimi spunti su cui soffermarci per
comprendere meglio la relazione fra la fenice e la resilienza. Vediamoli a seguire.

La fenice in Egitto

Nei suoi testi, Ovidio spiegava che in Egitto la fenice moriva e rinasceva una volta ogni 500 anni. Gli egizi identificavano questo maestoso airone con Bennu, un uccello associato alle piene del Nilo, al sole e alla morte. Secondo quanto spiegavano, la fenice era nata sotto all’albero del bene e del male, sapeva che era necessario rinascere periodicamente per acquisire maggiore saggezza e, con questo obiettivo, seguiva un processo molto meticoloso.

Volava per tutto l’Egitto per costruirsi un nido con gli elementi più raffinati: bastoncini di cannella, di quercia, nardo e mirra. Sistematasi nel suo nido, intonava una delle melodie più aggraziate che gli egizi avessero mai udito per poi lasciare che le fiamme la consumassero del tutto. Tre giorni dopo, la fenice rinasceva piena di forza e potere, prendeva il suo nido e lo lasciava a Eliopoli, nel tempio del sole, per iniziare così un nuovo ciclo che fosse una fonte d’ispirazione per il popolo egiziano.

La resilienza e il “nido” della nostra trasformazione

Come abbiamo potuto vedere, il mito egizio della fenice è una storia bellissima. Tuttavia, analizziamone adesso qualche dettaglio. Soffermiamoci, per esempio, sul modo in cui la fenice costruisce il suo nido. Cerca i materiali più ricchi della sua terra: delicati e resistenti allo stesso tempo, capaci di aiutarla nella sua trasformazione, nella sua ascesa.

Se ci pensiamo bene, questo processo è molto simile a quello che dà forma alla dimensione psicologica della resilienza. Perché anche noi cerchiamo questi elementi magici con i quali costruire un nido ben resistente nel quale raccogliere tutte le nostre forze.

L’essere umano deve spiegare le ali per sorvolare il suo universo interiore in cerca dei ramoscelli della sua autostima, del fiore della sua motivazione, della resina della sua dignità, della terra dei suoi sogni e dell’acqua tiepida del suo amor proprio…
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Tutte queste componenti lo aiuteranno nella sua ascesa, ma non prima di essere consapevole del fatto che ci sarà una fine; una parte di noi stessi se ne andrà, si trasformerà in cenere, nei resti di un passato che non tornerà mai più.

Tuttavia, queste ceneri non verranno portate via dal vento, anzi. Faranno parte di noi per formare un essere che rinasce dal fuoco molto più forte, più grande, più saggio… Un individuo che potrebbe essere fonte di ispirazione per gli altri ma che, prima di tutto, ci permetterà di andare avanti a testa alta e con le ali ben aperte.

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