Personalità dell’aggressore: come si sviluppa?

18 Dicembre 2018

Quanta morte e dolore contiamo a causa della violenza, un aspetto dell’essere umano su cui dobbiamo ancora indagare. Per capire come si arriva alla violenza, nella coppia e negli altri ambiti, occorre sapere come si sviluppa la personalità dell’aggressore e la sua storia.

Gli studi indicano che essere oggetto o testimone di violenza non ci rende necessariamente violenti. Ciò nonostante, gran parte degli aggressori hanno una storia di violenza familiare (54%) che richiederebbe un intervento psicologico.

La personalità dell’aggressore comincia a formarsi nell’infanzia e nell’adolescenza

Per capire la violenza, occorre capire il concetto di attaccamento. Per attaccamento si intende il modo in cui creiamo legami con il mondo, specialmente con le figure affettive. Da bambini, di fronte a qualunque tipo di minaccia, attiviamo il nostro sistema di attaccamento. Vale a dire, se proviamo paura, cerchiamo sicurezza nella figura di riferimento.

Se, però, a seguito di uno stimolo interpretato come minaccioso, non veniamo confortati, il corpo resta “attivo” per un periodo più lungo ed è probabile che tale energia finisca per trasformarsi in aggressività. Questo tipo di violenza ha la funzione di attirare l’attenzione e l’aiuto della figura adulta.

Bambina impaurita abbraccia il peluche

Secondo gli studi, soprattutto la personalità dell’aggressore di tipo borderline e gli antisociali hanno alle spalle un attaccamento insicuro. Questo segna le loro abilità relazionali, in modo particolare con le figure affettive. Quando questo tipo di attaccamento si unisce a violenza, umiliazione e distacco, si generano un disturbo della personalità e la tendenza a un comportamento violento.

Secondo Dutton (2003, 2007), il risultato di questo mix è “un’identità diffusa”. In questo caso la violenza e il distacco emotivo si auto-alimentano in un circolo vizioso che distrugge le relazioni affettive.

Come nasce la personalità dell’aggressore

Le esperienze vissute con le nostre figure di riferimento sono determinanti per forgiare la nostra personalità. Dutton distingue diversi elementi nel vissuto familiare dell’aggressore, con relative conseguenze psicologiche e fisiche.

  • Rifiuto e umiliazione: bassa autostima, collera/rabbia, tendenza ad attribuire la colpa a fattori esterni, mancanza di regolazione affettiva. Tendenza a essere violenti e a maltrattare emotivamente.
  • Attaccamento insicuro: gelosia, rabbia interiore, desiderio di controllare gli altri.
  • Essere vittima e/o testimone di maltrattamento fisico: acquisizione di modelli violenti, assenza di strategie positive per la risoluzione dei problemi, scarsa empatia nei confronti delle vittime di violenza, tendenza al maltrattamento.
  • Rifiuto, umiliazione, attaccamento insicuro: la violenza si concentra nelle relazioni più intime.
  • Rifiuto, umiliazione, attaccamento insicuro, essere vittima e/o testimone di maltrattamento fisico: l’integrità dell’ego dipende dalla relazione, si tende quindi a controllare, maltrattare, perseguitare.

La paura dell’aggressore di essere abbandonato è alla base del suo bisogno di controllare e ferire la vittima. Quando il comportamento aggressivo è associato a gesti di attenzione e cura, in qualche modo si rafforza la vicinanza con la vittima, creando una relazione nota come “legame traumatico” o “sindrome di Stoccolma” (Graham et al., 2001; Loue, 2002).

Il ruolo degli stereotipi nella violenza

Un giovane con attaccamento insicuro sviluppa un sistema di valori a sostegno della sua visione del mondo e dunque del suo modo di vivere la coppia. Questi valori vengono trasmessi tramite la socializzazione, la famiglia, il gruppo dei pari, la scuola, i film, etc.

Acquisiamo non solo i valori della microcultura in cui siamo inseriti, ma anche della cultura globale. I principali stereotipi collegati alla violenza di genere sono i seguenti (sviluppati da Pence e Paymar, 1993; Paymar, 2000; Loue, 2002):

  • Superiorità del maschio: il mito del superuomo, dell’uomo come fonte di sostentamento, tolleranza nei confronti del controllo dell’uomo sulla coppia, diritto dell’uomo di essere servito dalla donna, etc.
  • Modo di intendere la violenza: il malumore causa la violenza, gli uomini sono gelosi per natura, rompere gli oggetti non è aggressione, a volte non ci sono alternative, l’uomo non può cambiare nella coppia se la compagna non cambia, etc.
  • Modo di vedere la donna: le donne sono manipolatrici, vedono l’uomo come fonte di denaro, le femministe odiano gli uomini, alla donna piace essere dominata, è violenta quanto gli uomini, etc.
Ragazzo triste seduto al buio

Personalità dell’aggressore: come giustifica la violenza domestica

Holma et al. (2006) individuano sei giustificazioni a cui spesso ricorre chi ha sviluppato la personalità dell’aggressore:

  • La violenza è naturale.
  • Reagisco con violenza perché ho qualche difficoltà a gestire le situazioni difficili.
  • Sono violento quando mi mettono con le spalle al muro.
  • Mia moglie mi fa perdere la ragione.
  • Ho perso momentaneamente il controllo.
  • È colpa del mio passato traumatico, del troppo stress, etc.

È importante tenere presente che non si tratta di vincere la battaglia contro l’aggressore, ma di lavorare per se stessi. Qualunque tipo di violenza lavora per sottrazione e ferisce; per questo motivo buona parte del lavoro con le vittime di violenza si concentra sulla parola “sommare” e recupero; significa cioè valorizzare le esperienze e gli elementi che aiutano a rafforzare e recuperare la fiducia e l’autostima, fino a raggiungere quella sensazione di libertà offerta dalla capacità di controllo.