Il giorno in cui dissi addio ai complessi, mi sentii libera

· 9 marzo 2017

Poche sensazioni possono essere tanto catartiche, soddisfacenti e liberatrici quanto quella di dire addio ai complessi. L’espressione del proprio essere e quel “mi amo per quello che sono” agiscono come autentiche armi di potere, come carezze per la nostra autostima e come scudi di ferro rispetto alle critiche vuote e ai commenti distruttivi.

Fino a non molto tempo fa l’argomento dei complessi era territorio proprio del gergo psicoanalitico. Termini come il complesso di Edipo, il complesso di Bovary o il complesso di Elettra davano forma ad una specie di comodino o cassetto dei disastri in cui cercare di classificare qualsiasi comportamento o caratteristica della personalità.

La parola complesso fu introdotta da Carl G. Jung e popolarizzata più tardi dalla psicoanalisi freudiana. Tuttavia, con esso si intende il fitto cespuglio di terminologie e prove per categorizzate il comportamento umano, la cui radice centrale indiscutibile è il sentimento di inferiorità.

All’interno degli obbiettivi più elementari della psicologia, il poter individuare e comprendere l’origine delle risposte generate dalla mente rispetto ai presunti difetti o le mancanze auto-percepite, è come rimuovere i chiodi che sorreggono la porta di un sotterraneo ormai chiuso da tempo. Stiamo parlando di uno spazio privato in cui si respira un’atmosfera che dev’essere ventilata ed ossigenata grazie a nuovi approcci e alla luce di una buona autostima.

È bene ricordare che non è facile. Il processo grazie al quale rompere o riformulare questi schemi di pensieri tanto autodistruttivi richiede tempo e delicatezza terapeutica. Come disse lo stesso Freud, a volte dietro ad un determinato complesso, può nascondersi un vero e proprio trauma.

Analizziamo questo argomento nel dettaglio.

L’origine dei complessi: un labirinto esistenziale

Risulta curioso analizzare l’etimologia di alcuni termini che si utilizzano così spesso. La parola “complesso” deriva dal latino “complectere”, e significa abbracciare, accogliere. Quindi, stiamo parlando di una specie di abbraccio dato da un orso, di cui si rimane prigionieri e si diventa un solo essere, una stessa entità e in cui convivono il predatore e la preda.

Qualsiasi definizione presente nei manuali ci indica che i complessi sono alimentati dai nostri pensieri irrazionali. Frasi del tipo “con tutti questi chili di troppo sembro una balena”, “sono un codardo, uno struzzo che nasconde la testa” o”non valgo niente” sono frasi che alimentano in maniera implacabile il sentimento di inferiorità.

Ebbene, ci sono sfumature sulle quali è necessario soffermarsi: questi pensieri irrazionali provengono spesso da precise situazioni reali e dolorosamente specifiche. La maggior parte dei nostri complessi ha origine durante l’infanzia. Una famiglia che sottovaluta i propri figli, che li disprezza verbalmente ricorrendo all’ironia, causa traumi profondi.

Più tardi, questi traumi si consolidano durante l’adolescenza. La mancanza di autostima e di strategie utili per difendersi ed affrontare la situazione fanno sì che il giovane venga sopraffatto dalla realtà spesso selvaggia della scuola. Luogo in cui ogni carenza, diversità fisica, comportamentale o anche dote viene crudelmente sottolineata.

Dire addio al senso di inferiorità

Il senso di inferiorità è quel virus rispetto al quale è bene sviluppare un’adeguata immunità. Camminare per i propri sentieri vitali con un’autostima fragile e il proprio autoconcetto nascosto nei meandri della nostra mente genera gravi conseguenze. Le relazioni affettive, ad esempio, possono trasformarsi in autentici legami di cattività, in cui uno ha il potere e l’altro subisce.    

Nessuno vale più di noi e noi non valiamo più degli altri. Questo è un aspetto che dobbiamo tenere presente ogni giorno, nonostante le zampe di quell’orso che è in noi provano a ricordarci più volte quanto siamo insignificanti, quanti difetti abbiamo e che non vale la pena sorridere.

Non va bene: è necessario affrontare questi schemi di pensiero.

Punti chiave per il cambiamento: recuperare la propria autostima

Non esiste un cammino facile. Per recuperare la propria autostima, bisogna ascendere per un sentiero curvilineo e lastricato di pietre, in cui solo la volontà ed il coraggio ci permetteranno di raggiungere la cima. Una cima nella quale poter finalmente gridare “mi amo per quello che sono, sto bene, sono una persona meravigliosa, capace e degna di costruire la propria felicità”.

  • I complessi si nutrono del nostro sottovalutarci. A volte quel sentimento di inferiorità ci viene inculcato dalla famiglia, da un’infanzia o adolescenza complessa. Altre volte può essere innata, dovuta ad una determinata personalità.
  • Sapere perché pensiamo quello che pensiamo e che cosa ha fatto sì che sviluppassimo quell’attributo personale così distruttivo, è sempre di grande aiuto.
  • Inoltre, dobbiamo avere ben chiaro un altro aspetto: la persona che non si ama e si sottovaluta viene sottovalutata. Bisogna modificare il discorso, l’atteggiamento, il tono e l’approccio. Per questo motivo, dobbiamo smettere di paragonarci agli altri: l’unico paragone accettabile è quello con se stessi.
  • Esprimetevi. Trovate un canale in cui sentirvi bene, tramite il quale riaffermarvi, scoprirvi ed amarvi. Il ballo, lo sport, la pittura o la scrittura sono scenari meravigliosi grazie ai quali canalizzare le emozioni.
  • Riflettete adesso riguardo agli scenari e alle persone alle quali siete legati. Vi rispettano? Vi danno la possibilità di essere voi stessi? A volte, “riciclare” persone e situazioni è un ottimo modo per recuperare l’autostima e far scomparire diversi complessi che altri sottolineavano.

Per concludere, ricordate sempre che non siamo venuti al mondo per soffrire o per rinchiudere la nostra meravigliosa essenza vitale nel carcere dei complessi. Meritiamo di essere liberi, felici ed autentici, e di vivere la nostra realtà, non quella segnata dagli altri.

Immagini per gentile concessione di Hilda, Emma Uber