Aiutiamo per empatia o per ansia?

Vedere gli altri in difficoltà ci provoca angoscia, aiutarli la allevia. Stando così le cose, possiamo veramente parlare di solidarietà? Scopriamo cosa dice la scienza a questo proposito.
Aiutiamo per empatia o per ansia?

Ultimo aggiornamento: 24 novembre, 2020

Quando aiutiamo un familiare, un amico o un estraneo incontrato per strada, ci sentiamo altruisti e buoni. Accorrere in aiuto di una persona bisognosa ci fa sentire persone migliori, dotate di valori e alta moralità. Al contrario, se neghiamo il nostro aiuto ci sentiamo egoisti, ed egoista consideriamo chi rifiuta di offrire soccorso agli altri. E se questo comportamento non fosse del tutto disinteressato?

Avete mai pensato alle motivazioni che si nascondono dietro la volontà di aiutare, di essere generosi con gli altri? Siete sicuri che a spingerci sia sempre la comprensione e l’empatia?

E se il desiderio di contribuire al benessere altrui non fosse motivato dalla solidarietà? Alcune ricerche hanno esplorato questo campo e sono arrivate a un’interessante conclusione.

Mani che si stringono.

Aiutiamo per empatia o per ansia?

I comportamenti prosociali messi in atto dall’essere umano sono oggetto di studio e ricerca da decenni. Perché aiutiamo? Nasciamo con questa predisposizione o si tratta di un comportamento appreso? Queste e altre domande sono tuttora fonte di dibattito.

È stato dimostrato che vedere qualcuno soffrire attiva le medesime reti neuronali coinvolte quando proviamo dolore in prima persona. In un certo senso, siamo in grado di fare nostro il dolore degli altri.

Ma cosa proviamo esattamente in queste situazioni? L’ipotesi più confermata sembra essere quella secondo cui, di fronte a una persona bisognosa, possiamo reagire in due modi: 

  • Proviamo angoscia, dispiacere, preoccupazione o paura per la sua situazione.
  • Sentiamo compassione, comprensione: restiamo sinceramente commossi.

Il fatto che si risvegli in noi una gamma di emozioni o l’altra dipende da fattori diversi. In primo luogo, dalla situazione concreta di sofferenza in cui si trova l’altra persona, e poi dalla nostra disposizione personale.

Di fronte allo stesso evento, due persone possono avere reazioni diverse. E la stessa persona potrebbe reagire in modo diverso a due situazioni distinte.

Che cosa ci motiva?

Che si risvegli in noi l’angoscia o la compassione, è probabile che in entrambi i casi aiuteremo chi ha bisogno di aiuto. Ma le motivazioni nei due casi saranno molto diverse.

Quando ci sentiamo allarmati, proviamo dispiacere o preoccupazione, il nostro modello d’azione è dunque egoistico. Aiutiamo l’altro per calmare il malessere che proviamo nel vederlo in difficoltà. Al contrario, se ci sentiamo commossi, agiremo spinti da una motivazione realmente altruista, mirata a ridurre la sofferenza altrui e non la nostra.

Questa realtà è emersa in alcune ricerche che hanno coinvolto gruppi di studenti universitari. È stato dimostrato che il modello di aiuto che si attiva dipende dall’emozione provata. Chi sentiva angoscia, agiva spinto dalla motivazione di ridurla; chi sentiva compassione puntava a soddisfare i bisogni dell’altro.

Non possiamo scegliere quale tipo di risposta si attiverà in noi. Non è giusto quindi affermare che uno dei due gruppi sia dotato di valori morali più elevati dell’altro. Inoltre, in uno degli esperimenti è emerso un dato interessante.

Quando prestare aiuto comportava un sacrificio personale alto, chi tendeva a provare empatia mostrava un modello di comportamento egoista. A quanto pare, un sacrificio personale annulla l’iniziale impulso altruista.

Aiutiamo per empatia? Mani che si stringono.

Siamo esseri solidali?

Questi risultati si aggiungono all’eterna questione: fino a che punto gli esseri umani sono solidali, altruisti e generosi? Sapevamo già che, in molte occasioni, aiutare gli altri ci fa sentire gratificati. Ma ora sappiamo che agiamo anche per contrastare il nostro malessere. 

Dal momento in cui entrano così tanto in gioco le nostre emozioni, possiamo affermare davvero che a spingerci all’azione è la preoccupazione per l’altro? Qualunque sia la risposta o la motivazione latente, i comportamenti prosociali sono utili. Aiutano chi li riceve e, a quanto pare, anche chi li compie. È importante continuare a promuoverli per una migliore convivenza sociale.

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Quando ci preoccupiamo per qualcuno che ne ha bisogno, stiamo compiacendo cuore e stiamo offrendo vera compassione per alleviare una sofferenza.



  • Batson, C. D., O’Quin, K., Fultz, J., Vanderplas, M., & Isen, A. M. (1983). Influence of self-reported distress and empathy on egoistic versus altruistic motivation to help. Journal of personality and social psychology45(3), 706.
  • Batson, C. D., Fultz, J., & Schoenrade, P. A. (1987). Distress and empathy: Two qualitatively distinct vicarious emotions with different motivational consequences. Journal of personality55(1), 19-39.