Complesso di castrazione secondo la psicoanalisi

13 luglio 2018 in Psicologia 0 Condivisi
Giona che scappa dalla balena, rappresenta il complesso di castrazione secondo la psicoanalisi

Il complesso di castrazione è uno dei concetti centrali della psicoanalisi. È strettamente collegato al complesso di Edipo e il primo a parlare di questa realtà psichica fu proprio il padre della psicoanalisi, Sigmund Freud. Altri psicoanalisti, tuttavia, hanno sviluppato in modi molto interessanti questo argomento, come Jacques Lacan. In questo articolo, però, ne parliamo dal punto di vista della teoria classica.

Ovviamente il complesso di castrazione non si riferisce a una sorta di mutilazione anatomica. È un’esperienza psichica molto intensa che, in generale, viene vissuta per la prima volta tra i 3 e i 5 anni e che si ripete in vari momenti della vita, in particolare quando si mettono in campo meccanismi di difesa.

“I nostri complessi sono la fonte della nostra debolezza; ma spesso, sono anche la fonte della nostra forza.”

-Sigmund Freud-

Il complesso di castrazione si verifica sia nei ragazzi che nelle ragazze, anche se ciascun genere lo sperimenta in modo diverso. Grazie a questa esperienza psichica, il bambino impara a differenziare i sessi e conosce per la prima volta la nozione di desiderio impossibile.

Il complesso di castrazione nei maschi

Nel 1908 Freud parla per la prima volta del complesso di castrazione nei bambini. Lo descrive partendo dal caso del piccolo Hans.  Spiega che questo processo psichico si svolge in quattro momenti o periodi, finché non giunge a una risoluzione.

Sigmund Freud, padre della psicoanalisi

I quattro momenti descritti da Freud sono:

  • Premessa iniziale. Il bambino scopre di avere il pene ed elabora l’idea che “ognuno ha un pene”.
  • La minaccia. In virtù del complesso di Edipo, il bambino desidera prendere il posto del padre nei confronti della madre. Fa azioni che lo aiutino in questo senso, presentando anche manifestazioni di autoerotismo. In risposta, riceve minacce e divieti. Costruisce implicitamente l’idea che la castrazione è la punizione finale che lo attende se persiste nei suoi desideri e nei suoi comportamenti
  • Scoperta dell’assenza. Il bambino scopre che l’anatomia femminile è diversa: le donne non hanno il pene. Non immagina che hanno una vagina, bensì che sono state private del pene. Associa quella realtà alle minacce immaginate: crede che l’assenza di un pene sia una castrazione
  • Angoscia. Il bambino scopre che sua madre è una donna e che come tale non ha un pene. Sorge a questo punto l’ansia della castrazione, che viene vissuta inconsciamente.

Dopo questi quattro momenti, segue una fase finale di risoluzione del complesso di castrazione e del complesso di Edipo. Ciò avviene quando il bambino rinuncia a prendere il posto del padre; in altre parole, rinuncia alla madre e accetta la legge paterna. Lo fa per risolvere la sua ansia di castrazione credendo, sempre inconsciamente, che se persiste verrà privato del pene.

Il complesso di castrazione nelle femmine

Il complesso di castrazione nelle femmine ha diversi punti in comune con quello dei maschi. Il primo è che anche la bambina crede che abbiano tutti un pene. Allo stesso modo, la madre occupa un ruolo molto importante, è il centro del suo amore. Tuttavia, il processo segue un percorso diverso.

Manichino senza testa, simbolo del complesso di castrazione

Vediamo le differenze¡:

  • Premessa iniziale. Si mantiene la convinzione che abbiano tutti il pene, poiché la bambina crede che il clitoride sia un pene.
  • Scoperta della differenza. La bambina nota che il clitoride è troppo piccolo per essere un pene. Suppone, quindi, di essere stata castrata e desidera che ciò non sia accaduto.
  • Terzo momento. La bambina scopre che anche la madre non ha il pene e la accusa di non averlo, oltre che di averle trasmesso questa mancanza.

La risoluzione del complesso di castrazione nelle bambine può intraprendere tre diversi percorsi. Il primo è l’accettazione di non avere un pene unita a una presa di distanza dalla sessualità. Il secondo è il mantenimento del desiderio di avere un pene. È la negazione della castrazione e conduce all’omosessualità.

Il terzo è la soluzione più completa del complesso di castrazione. La bambina accetta di non avere il pene. Questo porta la madre a smettere di essere il centro dei suoi affetti, i quali vengono orientati verso il padre. In questo modo si ha uno spostamento della libido: il desiderio di possedere un pene diventa il desiderio di godere di un pene durante il rapporto sessuale. Infine, il desiderio di godere di un pene si trasforma nel desiderio di procreare un bambino.

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