Concetto di normalità: cosa significa?

· 21 luglio 2018

Il concetto di “normalità” viene usato con frequenza e in modo indiscriminato nella nostra società. In una moltitudine di occasioni sentiamo dire che certe cose o certi comportamenti sono o non sono normali. Tuttavia, quando vogliamo definire il concetto di normalità, la questione si complica. È difficile delineare ciò che è normale e ciò che è patologico, strano o bizzarro.

Un aspetto davvero pericoloso del concetto di normalità sono le connotazioni a esso associate dato che vine impiegato in una moltitudine di occasioni come misuratore di ciò che è o meno corretto. Quando attribuiamo a una persona, condotta o cosa la caratteristica di anormale, di solito è seguito da pregiudizi negativi. Questo, in una certa misura, è dovuto a una concezione erronea della normalità, all’ignoranza della profondità del termine; per questo motivo è importante comprendere che cosa significa “normale”.

Un modo semplice per avvicinarsi a questo termine è il contrario della normalità, in altre parole il patologico. Comprendere quei processi e quelle condotte che non sono normali ci aiuterà a definirle. Per questo motivo, la prima definizione che vedremo e è quella di patologico.

Palloncini bianchi allineati e uno rosso che vola

Definizione di patologico o anormale

Definire cos’è patologico è sempre stato complicato per la psicologia, a causa della complessità dei criteri da delimitare. Un dibattito con il quale è ancora alle prese la psicologia riguarda cosa si deve considerare suscettibile di diagnosi o terapia; parliamo della domanda di quali condotte patologiche debbano essere trattate e quali no, quale criterio si deve seguire?

Quando si tratta di definire il patologico o l’anormale, in psicologia si è soliti ricorrere a quattro criteri distinti. Un aspetto importante è che non c’è bisogno che si verifichino tutti i criteri per considerare qualcosa normale. Bisogna pensare a 4 dimensioni da valutare in modo qualitativamente distinto.

I 4 criteri sono:

  • Il criterio statistico. Si basa sull’idea che il concetto di normalità corrisponda a ciò che è più probabile. È un criterio matematico basato sui dati: le condotte più ripetute saranno normali, mentre quelle che si verificano appena saranno patologiche o anormali. Questo criterio è particolarmente importante quando si vuole definire un metodo oggettivo per misurare la normalità, ma perde efficacia quando si ha un’ampia variabilità; vi è anche il problema di definire la soglia della percentuale che implica il passaggio da anormale a normale.
  • Il criterio biologico. Si tengono in conto i processi e le leggi biologiche naturali per determinare la normalità. Quelle condotte che seguono la normalità biologica non vengono considerati patologici. Il problema di questo criterio è che le leggi biologiche sono modelli scientifici che possono essere incompleti ed erronei; un dato nuovo può quindi essere interpretato come una patologia piuttosto che come una parte associata al processo normale.
  • Il criterio sociale. Si basa sull’idea che il concetto di normalità corrisponde a ciò che la società accetta come giusto. La società, mediante l’intersoggettività e la conoscenza sociale, stabilisce le caratteristiche alla quali la normalità deve attenersi. Possiamo attribuire a questa concezione un forte tratto storico e culturale; a seconda dell’epoca e della cultura, il concetto varierà.
  • Il criterio soggettivo. Secondo questo criterio, le condotte patologiche saranno quelle che vedono come tali i soggetti che realizzano le condotte. Questo criterio si mostra molto carente in una moltitudine di occasioni, dato che dà prova di una grande soggettività e si rivela altamente distorto a causa del fatto che tendiamo a valutare come normali tutte le nostre condotte.

I criteri esposti sono molto utili per diagnosticare e trattare i disturbi di psicologia clinica. Tuttavia, possiamo renderci conto che ci servono a poco per approfondire realmente il concetto di normalità. Ci sono però utili per comprendere e avvicinarci alla nozione che abbiamo di quello che è strano o anormale.

Sagome in fila concetto di normalità e una sola diversa

Il concetto di normalità secondo il socio-costruttivismo

Il socio-costruttivismo ci può aiutare a comprendere il concetto di normalità. Da questo prisma si apprende che qualsiasi conoscenza è costruita mediante l’interazione dell’individuo con la società e con il suo ambiente. La normalità sarebbe un’altra idea costruita nel quadro di questa interazione.

Questo significa che ciò che è normale non può essere trattato da un’oggettività decontestualizzata dall’intersoggettività sociale. In altre parole, non possiamo parlare di normalità in termini generali, bensì all’interno di una specifica società. Lo stesso vale per il criterio usato per definire il patologico, dato che ricadono entrambi nella concettualizzazione sociale di strano o anormale. Il punto di vista che descriviamo ci apporta una visione interessante e curiosa sul normale e può implicare l’uno o l’altro dibattito etico-morale.

Tutto ciò che vediamo come strano e anormale non ha alcun motivo di essere associato a una disposizione problematica o negativa dell’individuo che realizza detta condotta. In realtà, la società esclude condotte, idee o caratteristiche, spuntandole come strane o anormali. Questo spiega, per esempio, la grande variabilità di condotte, atti e sentimenti riposti nel cassetto della normalità e dell’anormalità nel corso della storia. Per esempio, secoli fa era normale e legittimo uccidere una persona se aveva ferito il nostro orgoglio, ai giorni d’oggi lo consideriamo assurdo e immorale.

Potremmo dunque dire che la normalità è un costrutto sociale che ingloba i comportamenti, le idee e le caratteristiche che risultano adeguate alla vita in società. Si tratta di una forma di autoregolazione di cui dispone la società. Per questo motivo, la psicologia riconosce i paradigmi sui disturbi e sulle disabilità basati sulla diversità funzionale; dobbiamo pensare all’anormalità come a un concetto prodotto dalla società e non come a una caratteristica dell’individuo.