Conosci il mio nome, ma non la mia storia

· 2 marzo 2017

Sono tanti quelli che dicono di conoscerci. Tuttavia, c’è chi ci parla senza ascoltarci, chi ci vede senza guardarci, chi non perde tempo ad affibbiarci un’etichetta. In questo mondo di giudizi facili non sono tante le menti pazienti, quelle in grado di capire che dietro un volto si nasconde una battaglia, che dietro un nome c’è una grande storia.

Daniel Goleman, nel suo libro Intelligenza sociale, spiega un dettaglio che spesso viene trascurato. Come ci dicono gli psicologi e gli antropologi, il cervello umano è un organo sociale. I rapporti con i nostri simili sono essenziali per sopravvivere. Tuttavia, Goleman sottolinea un aspetto ulteriore: spesso siamo “dolorosamente sociali”.

Conosci il mio nome, non la mia storia. Hai sentito quello che ho fatto, ma non quello che ho passato…

Queste interazioni non sempre comportano un beneficio, un rinforzo positivo da cui imparare e da assimilare. Al giorno d’oggi, per quanto possa sembrare strano, la più grande minaccia per noi è la nostra stessa specie. Una minaccia che possiamo paragonare ad un combustibile che brucia tutto, soprattutto in un mondo emotivo, un luogo che spesso è vulnerabile, criticato o giudicato attraverso un’etichetta che ci mercifica.

Ognuno di noi è come il comandante di una nave che cerca di farsi strada in oceani più o meno tranquilli o agitati. Dentro di noi, a bordo di una bellissima barca, combattiamo le nostre battaglie personali. Quelle con cui avanzare nonostante tutto, quelle che a volte ci bloccano senza che gli altri si rendano conto di cosa ci sta succedendo, quelle che ci fermano o che ci feriscono.

Vi invitiamo a riflettere sull’argomento.

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La storia che nessuno vede, il libro che è dentro di noi

Abbracciare un’etichetta significa prima di tutto rinunciare alla nostra capacità di percezione o all’opportunità di scoprire cosa si nasconde dietro l’apparenza, dietro un volto, dietro un nome. Per arrivare a questo delicato punto dell’interazione umana, servono tre cose: un interesse sincero, apertura emotiva e tempo di qualità. Dimensioni che oggi sembrano aver abbandonato molte anime.

Siamo consapevoli del fatto che molti approcci terapeutici diano importanza alle opportunità presente, al “qui ed ora” dove non è il passato a influenzarci. Le persone, però, sono fatte di storie, di esperienze, di capitoli che danno forma ad una trama passata di cui sono il risultato.

Un passato non determina un destino, lo sappiamo, ma forgia l’eroe o l’eroina che siamo ora. Questo processo, questa storia personale a cui siamo sopravvissuti con grande orgoglio, è qualcosa che non tutti conoscono e che scegliamo di condividere con poche persone. L’unica cosa che chiediamo nella nostra quotidianità, dunque, è il rispetto reciproco e l’abbandono delle etichette che vogliono normalizzare le meravigliose particolarità degli esseri umani.

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Spostiamo il fulcro della nostra attenzione

Immaginiamo per un momento una persona inventata. Si chiama Maria, ha 57 anni e da qualche mese ha iniziato a lavorare in un negozio. I colleghi la reputano “antica”, riservata, noiosa, una persona che distoglie lo sguardo quando le si parla. Sono pochi quelli che conoscono la sua storia: Maria ha subito abusi per più di 20 anni. Ora, dopo essersi separata dal marito, è tornata dopo tanto tempo a lavorare.

È facile giudicare ed affibbiare etichette. Maria è consapevole di come la vedono gli altri, ma sa che ha bisogno di tempo e se c’è una cosa che non vuole è che gli altri la compatiscano. Non è obbligata a raccontare la sua storia, non deve farlo se non vuole, ha solo bisogno che chi la circonda sposti il fulcro della sua attenzione.

Invece di concentrare il nostro interesse sulle mancanze degli altri, di fare un’analisi che porti al classico stereotipo che distingua chi abbiamo davanti da noi stessi, dobbiamo imparare a spegnere l’interruttore del giudizio e attivare quello dell’empatia. Questa dimensione ci rende “persone” e non semplici individui che convivono in uno stesso scenario.

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Non possiamo dimenticare che l’empatia ha un fine concreto nel nostro cervello emotivo: quello di comprendere la realtà di chi abbiamo davanti per garantirne la sopravvivenza. Dobbiamo imparare a facilitare le emozioni invece di essere predatori di energia, divoratori di anime o distruttori di autostima.

Tutti nascondiamo battaglie molto intime, a volte cruente. Siamo molto più di quello che è scritto sulla nostra carta di identità, sul nostro curriculum. Siamo polvere di stelle, come disse una volta Carl Sagan, e siamo destinati a brillare anche se a volte scegliamo di spegnerci la luce a vicenda. Evitiamo tutto questo ed investiamo sul rispetto, sulla sensibilità e sull’altruismo.