Il modo in cui interpretiamo il passato influenza il nostro presente

24 ottobre 2016 in Emozioni 23 Condivisi

Diversi studi hanno dimostrato che i ricordi non sono immutabili, ma racchiudono distorsioni e creazioni proprie. In altre parole, vuol dire che quello che abbiamo vissuto nel passato lascia un’impronta che non ricordiamo esattamente, ma solo in funzione dell’interpretazione che diamo per comprendere ciò che è successo.

In realtà, il filo conduttore della maggior parte dei nostri ricordi non riguarda i fatti in sé, ma il significato che hanno per noi. Facciamo un esempio: due persone sono state abbandonate dai genitori quando erano molto piccole. Entrambe hanno sofferto molto, ma una delle due ha intrapreso un processo per capire come e perché è accaduto tutto questo.

Qualche anno più tardi, questa persona ricorda il fatto come un evento triste, ma conosce e capisce le circostanze in cui si è verificato. L’altra persona, che non ha “digerito” l’esperienza, ha solo ricordi vaghi e imprecisi, ma anche una forte sensazione di dolore e rancore.

Non si tratta mai di quello che abbiamo vissuto, ma del modo in cui l’abbiamo elaborato. Buona parte dei motivi per cui si prova ansia o tristezza risiedono nel passato, eventi che, non essendo stati elaborati, continuano ad essere un fattore negativo nella vita.

Il vissuto passato e la sua interpretazione

Gli esseri umani non sono computer che si limitano ad accumulare dati per averli sempre a disposizione. Il ricordo ha un ruolo molto importante nelle nostre vite. Il passato in realtà è un concetto molto complesso perché, anche se è stato già vissuto, può influenzare significativamente il presente. Anche se non ce ne accorgiamo.

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Possiamo fare riferimento alla vecchia metafora dell’edificio. Prima si costruiscono le fondamenta e poi, uno sopra l’altro, i vari piani. Se le fondamenta non sono ben fatte, probabilmente uno dei piani comincerà a sgretolarsi, senza un motivo apparente oppure l’edificio nel suo insieme potrebbe crollare in caso di terremoto.

Lo stesso accade alle persone. Le basi di ciò che siamo le costruiamo nei primi anni di vita e, in generale, tutti ce ne dimentichiamo. Da questo momento in poi, ogni esperienza si somma e si interpreta in base a quella coscienza di base che è già formata. E se le fondamenta sono compromesse, per qualche motivo, è possibile che anche nella vita adulta presentiamo delle crepe o un’instabilità che può mettere a rischio tutto.

Anche se la metafora dell’edificio è utile per capire, l’essere umano è molto più complesso, ma allo stesso tempo più flessibile. Quello che è accaduto in passato può essere interpretato in modo più costruttivo e utile grazie alla comprensione. Vale a dire, quello che abbiamo vissuto può aiutarci a migliorare o peggiorare a seconda di come lo interpretiamo.

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Quello che abbiamo vissuto si può reinterpretare

Per natura tendiamo a eludere o dimenticare le esperienze negative. Se abbiamo vissuto un abbandono, un rifiuto o un’esperienza traumatica, di certo tendiamo a metterlo da parte e non pensarci, per non immergerci in un catena di pensieri che non apportano nulla al nostro benessere emotivo.

Tuttavia, quando non ci diamo il tempo di assimilare quello che abbiamo vissuto, non dimentichiamo davvero, ma manteniamo viva l’esperienza nel nostro inconscio. Questo si traduce in tristezza o ansia, sensazioni che non sembrano avere spiegazione.

Non è tanto quello che abbiamo vissuto ad avere importanza, quanto il modo in cui ne abbiamo strutturato il ricordo. Se scegliamo una prospettiva vittimista per interpretare i fatti, allora vedremo l’esperienze del passato attraverso la lente dell’autocommiserazione. Se scegliamo un punto di vista difensivo, quello che abbiamo vissuto sarà un motivo in più per diffidare degli altri o adottare un atteggiamento di vendetta o rivincita verso di loro, anche se non ci hanno fatto niente.

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È importante imparare a smontare quello che abbiamo vissuto, questo significa prendere le esperienze che abbiamo vissuto e adottare un punto di vista che ci porti a comprenderle. Non solo prenderle in considerazione, dunque, ma metterci anche nei panni di chi ci ha fatto del male per comprenderne il motivo.

Forse scopriremmo che non l’ha fatto per cattiveria o per egoismo, ma per via dei suoi stessi limiti o frustrazioni. Forse capiremmo che il modo migliore per farsi giustizia non è dimenticare, ma imparare a vederci come persone che hanno vissuto un episodio negativo, ma che meritano anche di superarlo e di essere felici.

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