Essere coraggiosi significa raccogliere i propri pezzi e diventare più forti

· 21 agosto 2017

Troppo spesso nascondiamo la nostra sofferenza per dissimularla agli occhi degli altri. Solo noi sappiamo dove si trovano le nostre ferite e quanto ci rendono vulnerabili; solo noi possiamo farle guarire raccogliendo ognuno dei nostri pezzi rotti e diventando più forti.

Anche se vivere è un’esperienza che ci spezza dentro, anche se è senza dubbio una delle sfide più ardue che dobbiamo affrontare, presuppone anche l’opportunità di prendere coscienza, riformulare il modo in cui interpretiamo il mondo e, trascorso un certo periodo di tempo, ricostruirci. Il punto è: come fare?

“Se non possiamo cambiare una situazione, allora è il momento di cambiare noi stessi.”

-Viktor Frankl-

Il peso della sofferenza

Nessuno si salva dalla sofferenza, questa strana inquilina che ogni tanto irrompe nelle nostre vite senza preavviso né invito. E anche se la maggior parte delle volte proviamo a sfuggirle o a rinchiuderla nei sotterranei più oscuri, per dissimularne la presenza, ciò non le impedisce di avere ancora effetto su di noi… e che quel lato oscuro che cerchiamo di seppellire ci influenzi. Un’influenza che ora vediamo meno, perché il buio ci impedisce di identificarla o anticiparne i movimenti.

Più a lungo la sofferenza vivrà nel buio, più potere avrà su di noi.

Alcuni maschereranno i loro sentimenti negativi con finti sorrisi, altri si tengono sempre impegnati per non avere un minuto libero che li faccia riflettere, altri ancora mentiranno a se stessi per dimenticare il loro malessere. E tra queste persone ci siamo anche noi, che agiamo così occasionalmente o sempre.

Il problema è che per quanti ostacoli cerchiamo di porre, la sofferenza prima o poi sbucherà, distruggendoci. Che si tratti di dolore fisico o emotivo.

Che lo si voglia o meno, la sofferenza fa parte della nostra vita. Il pericolo giunge quando diventa troppo pesante e adotta così tante forme da prolungarsi nel tempo e diventare uno stile di vita, appannando tutto ciò che ci circonda di un colore grigio scuro, quasi nero.

La maggior parte della sofferenza che proviamo si è sviluppata a partire da una esperienza dolorosa, ad esempio la perdita di qualcosa o qualcuno che amiamo. Quando non accettiamo questa perdita, quando ci opponiamo ad essa e ci ostiniamo affinché le cose siano in un altro modo, senza saperlo, lasciamo posto alla sofferenza; una sofferenza che è allo stesso tempo dolore e rifugio quando fuori inizia a piovere e l’acqua ci riempie di tristezza.

La morte di una persona cara, la fine di una relazione, la delusione causata da un amico o un licenziamento sono esempi di perdite che ci fanno male e che, a lungo andare, ci accoltellano come un pugnale che trafigge il cuore. Ferite che, se non vengono curate, non smetteranno mai di sanguinare, fino a renderci pezzi rotti, difficili da ricomporre.

L’alba della resilienza

Sebbene sia vero che alcune persone sviluppano disturbi o difficoltà rispetto alla causa alla base della sofferenza, nella maggior parte dei casi non è così. Alcune sono anche capaci di divenire più forti dopo queste esperienze traumatiche. Esperienze che causano dolore, ma che aiutano anche a crescere e che apportano, in qualche modo, dei benefici.

Uno studio condotto da Wortman e Silver afferma che ci sono persone che resistono con insospettata forza agli attacchi della vita. Il motivo va ricercato nella loro capacità di resilienza, tramite la quale mantengono un equilibrio stabile senza che le esperienze traumatiche e il dolore influisca troppo sul loro rendimento e sulla loro vita quotidiana.

Questo ci spinge a pensare che siamo più forti di quanto crediamo, che anche quando le forze ci abbandonano, esiste un piccolo raggio di luce che ci illumina, che ci spinge a raccogliere i nostri pezzi rotti e a ricomporci. È l’alba della resilienza, il momento esatto in cui la tristezza e il peso della sofferenza lasciano il passo al potere curativo della nostra forza, per resistere e per aiutarci a ricomporci.

“Nonostante il mondo sia pieno di sofferenza, esso è tuttavia pieno della possibilità di vincere la sofferenza. ”

-Helen Keller-

Non si tratta di ignorare quello che proviamo, ma di accettarlo come lezione di vita e di osservarlo ad occhi aperti, in modo da abituarci ad esso, come accade con il buio. Anche quando la vita ci infligge intensi colpi, sfracellandoci in mille pezzi, la capacità di sentirci forti ci aiuta a superare ciò che stiamo vivendo e a ricomporre la nostra identità, raccogliendo uno ad uno tutti i nostri pezzi rotti.

È la resilienza, una delle migliori abilità che possediamo e che tutti dovremmo apprendere anche a scuola. Imparare a guarire le nostre ferite, trattarle con affetto ed estrapolarne un grande insegnamento. Ma come fare?

Raccogliere i nostri pezzi rotti per ricomporci

Come abbiamo visto, rifiorire dopo una tormenta di dolore è possibile, ma non semplice. Si tratta di un processo complesso e dinamico che, come indica la psichiatra Boris Cyrulnik, implica non solo l’evoluzione della persona, ma anche il processo di costruzione della sua storia vitale. Esistono alcuni fattori che potenziano la nostra capacità di resilienza e che ci aiutano a raccogliere i nostri pezzi rotti:

  • La fiducia in noi stessi e la capacità di affrontare le avversità.
  • Accettare le nostre emozioni e i nostri sentimenti.
  • Avere un proposito vitale significativo.
  • Credere che si può imparare non solo dalle esperienze positive, ma anche da quelle negative.
  • Godere di sostegno sociale.

Come ci ricordano Calhoun e Tedeschi, due degli autori che si sono dedicati di più sulla crescita postraumatica, la sofferenza e il dolore generano in noi cambiamenti non solo a livello individuale, ma anche nelle nostre relazioni e nella nostra filosofia di vita.

Affrontare le esperienze dolorose ci spaventa, ma fuggire da esse è un modo sicuro per prolungarle, per farle mutare in maniera pericolosa. Il vero coraggio consiste nel proseguire nonostante la paura, anche quando il corpo trema e si spezza dentro.

Abbiamo bisogno di tempo per assimilare quanto ci accade e di stare a tu per tu con la nostra sofferenza. In questa solitudine nasce la pausa che ci permette di comprendere la sofferenza, di andare avanti a grandi o piccoli passi. Perché non è forte chi non cade, ma chi cadendo ha la forza di rialzarsi.