Cosa si nasconde dietro l’autolesionismo?

· 3 agosto 2017

Molti usano la lama di un temperino o di un rasoio, un paio di forbici o anche le unghie per farsi dei tagli orizzontali sulle braccia, sull’addome o anche sulle cosce. Le lesioni autoinflitte sono per molti una via di fuga dal dolore emotivo, un modo per riempire il vuoto, ma sono soprattutto il riflesso di un malessere psicologico che non è stato gestito correttamente.

La prima domanda che ci viene da fare quando vediamo questi segni, alcuni recenti, altri meno, a testimonianza del fatto che la pratica autolesionista dura da tempo, è: “Perché?”. Perché una persona si fa intenzionalmente del male? A volte sono tagli, altre volte  bruciature o ancora grattarsi costantemente fino a causare una ferita.

La risposta a questa domanda è complessa, prima di tutto perché non sono solo gli adolescenti a manifestare questo disturbo, ma anche gli adulti, molto più di quanto si pensi. Non possiamo nemmeno sottovalutare un fenomeno crescente e allarmante: l’impatto dell’autolesionismo sui social network e il conseguente contagio tra gli adolescenti.

C’è da dire, inoltre, che se la quarta versione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-IV) considera la pratica autolesionista come sintomo e non come disturbo, nella quinta versione (DSM-V) viene considerata come una condizione indipendente con la sua sintomatologia. C’è da tener conto del fatto che l’autolesionismo si può anche presentare insieme ad altri disturbi, come i disturbi dell’umore, d’ansia, alimentari, ecc.

L’American Psychiatric Association parla di “autolesionismo non suicida” definendolo come una strategia in cui il dolore serve come catarsi per alleviare le emozioni negative, la solitudine, il vuoto, l’isolamento, per distogliere l’attenzione da altri problemi, per ridurre i sentimenti di rabbia, liberare la tensione o controllare il pensiero accelerato.

Autolesionismo: il modo sbagliato di fuggire dal dolore emotivo

Molti esperti hanno messo in discussione la definizione clinica di questo disturbo, chiedendosi se sia davvero un comportamento non suicida. Ad esempio, si sa che il 50-70% delle persone che si infliggono ferite ha tentato o tenterà di suicidarsi in un particolare momento della loro vita. Può essere che il fine di questi tagli, bruciature o lacerazioni non sia quello di togliersi la vita, ma che celino un pensiero negativo e un malessere psicologico che potrebbe avere conseguenze allarmanti.

Tuttavia, ogni caso è unico, ogni persona presenta caratteristiche uniche e speciali. Possiamo intuire che le ferite autoinflitte sono la punta dell’iceberg, sono solo una parte di un fenomeno sociale sepolto, ma sempre più presente che dovrebbe sensibilizzarci di più. Le autorità e le organizzazioni sociali dovrebbero essere più attente e interessate a verificare cosa si nasconde davvero dietro a questo comportamento.

Quando mi taglio, mi passa la rabbia e il dolore, allora mi rilasso. Questa è la frase più ripetuta dagli adolescenti di età compresa tra i 12 e i 18 anni che praticano il cutting o si feriscono. Questa forma di auto-sabotaggio e auto-distruzione è il risultato di una cattiva gestione dello stress o delle sfide della vita. È lo stesso comportamento di una persona che ha una dipendenza e cerca di soddisfarla per “dimenticare”.

Anche se si tratta di tagli superficiali e la maggior parte dei giovani che se li infliggono non ha disturbi bordeline di personalità, è pur vero che presentano problemi emotivi, relazionali, scolastici, hanno una scarsa autostima e un chiaro rifiuto del loro corpo.

D’altro canto, anche se molti professionisti pensano che questo sia un modo per “attirare l’attenzione” o di ostentare il proprio malessere interiore, si tratta di un problema molto grave che, come abbiamo anticipato, colpisce anche la popolazione adulta.

Come gestire il comportamento autolesionista

Marco ha 56 anni. Fa un lavoro molto stressante e c’è una cosa di lui che attira molto l’attenzione: d’estate indossa sempre maglie a maniche lunghe, fa in modo che i polsini non siano mai sbottonati. Se dovesse sollevare le maniche della camicia, si noterebbero ferite orizzontali, vecchie cicatrici e altre più recenti.

Quello di Marco è un esempio, ma rappresenta buona parte della popolazione adulta. Di fatto, secondo i ricercatori delle Università di Oxford, Manchester e Leeds, ogni 100.000 abitanti ci sono 65 adulti che si infliggono lesioni (bisogna considerare anche gli anziani nelle case di riposo). È un dato allarmante, senza contare che in questi casi il rischio di suicidio è molto elevato. Se ci chiedessimo ora cosa c’è dietro questi comportamenti, la risposta sarebbe semplice: emozioni negative e persistenti, un’elevata auto-critica e una grande difficoltà per quanto riguarda l’espressione e la gestione delle proprie emozioni.

Per gestire questo comportamento autolesionista, è necessario prima di tutto capire cosa vi è alla base. Possono esserci altri disturbi (disordini alimentari, depressione, disturbo ossessivo-compulsivo, disturbo d’ansia, ecc.). Solo i professionisti potranno stabilire quale realtà si nasconde dietro l’autolesionismo.

Anche se in molto casi si consiglia il ricovero ospedaliero, quest’opzione dovrebbe essere l’ultima strada da scegliere, soprattutto in presenza di comportamenti o pensieri suicidi. La terapia cognitivo-comportamentale, ad esempio, è molto efficace in questi casi e consente di ridurre le ferite autoinflitte, i pensieri suicidi e i sintomi di depressione e ansia.

In caso di autolesionismo, un buon approccio è rappresentato anche dalle terapie famigliari, dalle dinamiche di gruppo, dalla pratica della piena coscienza, dalla terapia comportamentale dialettica, perché possono aiutare a tollerare l’ansia, la frustrazione, a regolare le emozioni e a migliorare le relazioni con gli altri.

Cerchiamo, quindi, alternative più utili, sensibili e ragionevoli al dolore della vita.