Disturbo da evitamento esperienziale

· 22 ottobre 2017

La classificazione dei disturbi psicologici e dei relativi approcci terapeutici sta attualmente cambiando ed evolvendosi. Una terapia di terza generazione, la Terapia dell’Accettazione e dell’Impegno, spiega che buona parte della sofferenza psicologica è la conseguenza finale del disturbo da evitamento esperienziale.

Il disturbo da evitamento esperienziale può essere esemplificato in modo semplice. Una situazione che ne facilita la comparsa è una situazione che viene vista come indesiderabile dalla persona che soffre di tale disturbo, la quale, per non trovarcisi, cercherà di evitarla o di fuggirne.

In questo senso, è bene specificare che non voler entrare in contatto con il malessere o scappare da esso anziché accettarlo, non è un disturbo; si tratta piuttosto di una risposta normale che si osserva in tutti gli animali, umani e non. Il disturbo si presenta quando appaiono pensieri rigidi come “devo stare bene per poter fare qualsiasi cosa”, “devo essere felice per poter tornare al lavoro”, “non sopporto di essere nervoso, questa situazione deve finire subito”, fonte di malessere che non dà tregua.

Come capire se soffriamo di un disturbo da evitamento esperienziale?

I criteri diagnostici per il disturbo da evitamento esperienziale sono:

  • Essere continuamente sopraffatti da pensieri e sentimenti attorno allo “stare male”, “essere tristi” o “lottare per stare bene”.
  • La mente opera un costante bombardamento di pensieri volti a combattere qualsiasi tipo di malessere, incertezza o dubbio.
  • Dedicare larga parte delle giornate al controllo di questi pensieri o sentimenti.
  • La quotidianità ruota attorno al dover “eliminare il malessere” come presupposto per recuperare la propria vita. Si ha la sensazione di non poter fare niente, nemmeno continuare a crescere, finché questi pensieri non saranno spariti.
  • Aspettare di sentirsi bene per tornare alle attività ritenute importanti (ad esempio, andare al parco con i bambini, incontrare gli amici, fare una passeggiata sulla spiaggia).
Donna chiusa in un barattolo di vetro sulla spiaggia

Quali sono le cause del disturbo da evitamento esperienziale?

L’evitamento esperienziale ha origine dall’inflessibilità psicologica nei confronti della gestione del malessere, sia che lo si eviti o che si fugga da esso. Questa mancanza di accettazione causa il disturbo da evitamento esperienziale, facendo sì che la vita della persona che ne soffre ruoti attorno all’evitamento di sensazioni o pensieri dolorosi.

L’inflessibilità psicologica si presenta quando una persona si chiude di fronte a pensieri, emozioni o ricordi che le provocano dolore. Di conseguenza non gode della flessibilità necessaria per poter continuare a svolgere attività quotidiane che le provocano benessere nonostante possano esistere una o più fonti di malessere. Si insidia la rigida idea che “stare bene” sia il presupposto necessario per godersi qualsiasi tipo di attività o compito.

Quando una persona ha un problema a livello psicologico, come ad esempio ansia o depressione, questa inflessibilità peggiora notevolmente la sua situazione. Non accettare il malessere che portano con sé l’ansia o la depressione e cercare di eliminarlo per poter tornare alla vita ha due conseguenze:

  • Essere in balia del malessere e cercare di controllarlo ha il solo effetto di aumentarlo. Ricordiamo che la mente non smette di pensare, può essere vista come una caldaia che non esaurisce mai il combustibile. Se cerchiamo di smettere di pensare alla tristezza o all’ansia, la mente userà ancora di più questi pensieri come combustibile.
  • Trasformare la vita di tutti i giorni in una lotta contro il malessere impoverisce la quantità di rinforzi o premi a cui possiamo “aspirare”. Si finisce per realizzare un numero sempre minore di attività che incrementano il benessere, si trascurano le relazioni interpersonali e ci si isola all’interno del malessere.

La trappola del “sentirsi bene”

Viviamo in una società che promuove il benessere, il divertimento, il tenersi più lontano possibile dalla sofferenza. Piangere, essere tristi e sentirsi ansiosi sono stati e non sono visti di buon occhio, così quando proviamo queste sensazioni o emozioni, lottiamo strenuamente contro di esse.

Se il “sentirsi bene” si trasforma nell’elemento chiave e centrale della nostra vita, cadiamo nella sua stessa trappola. Perché è la ricerca del benessere perfetto a farci stare in allerta, individuando con il nostro radar le emozioni negative che sono, però, normali e adattive.

In altre parole, controllando di continuo se stiamo bene o male, finiremo per identificare qualsiasi esperienza psicologica spiacevole, anche la più minima, e per di ingigantirne il peso. Così nell’intento di allontanare queste esperienze psicologiche negative (pensieri ed emozioni) tutto ciò che otteniamo è di renderle più forti.

Rgazza che piange

Conseguenze del disturbo da evitamento esperienziale

A livello sociale le conseguenze del disturbo da evitamento esperienziale sono molto importanti. Si aspetta di stare bene per andare al cinema, vedere gli amici, riprendere gli studi, avere un appuntamento e tantissime altre cose. Si sviluppano moltissime abitudini che puntano ad evitare le esperienze psicologiche spiacevoli. E così, con il passare dei mesi e degli anni, la vita gira tutta intorno all’evitamento.

Possiamo arrivare a trasformarci in veri e propri esperti in ciò che non vogliamo, definendo i nostri desideri e le nostre aspirazioni attraverso l’assenza di quello che vogliamo evitare. La nostra identità e proiezione del futuro risultano sempre molto povere.

A livello psicologico, l’evitamento esperienziale peggiora la sintomatologia associata al malessere e impoverisce la vita emotiva dell’individuo. È per questo motivo che la Terapia dell’Accettazione e dell’Impegno (sviluppata per superare il disturbo da evitamento esperienziale) si orienta verso l’accettazione del malessere stabilendo obiettivi relazionati con i valori personali.

Il trattamento del disturbo da evitamento esperienziale

La soluzione a questo disturbo va ricercata innanzitutto nell’accettazione, nell’osservazione incondizionata e priva di giudizio delle esperienze psicologiche, quali pensieri, emozioni e sentimenti. Per raggiungere questo obiettivo, la terapia dell’accettazione e dell’impegno utilizza varie strategie quali la mindfulness, la defusione cognitiva e metafore terapeutiche.

In secondo luogo, il trattamento dell’evitamento esperienziale si concentra sul ripristinare l’importanza dei valori personali di fronte alle emozioni e ai comportamenti impulsivi del momento. Da questo approccio terapeutico deriva la connotazione di “impegno”. Ciò vuol dire che si lavora affinché la persona prenda un impegno con i suoi valori, indipendentemente da quello che succede. Cercando di abbandonare la lotta contro il malessere per concentrarsi su una lotta per riempire la vita di attività che abbiano valore per il self.

Mani che liberano colombe perché possano volare via

Lottare contro questo disturbo è un compito arduo e richiede un percorso difficile. Tuttavia, è necessario per potersi liberare dalle trappole del pensiero e dalle convinzioni rigide che, puntando allo stare bene, portano a stare sempre peggio. Orientare la propria vita verso valori personali, accettando il malessere che porta con sé, ci farà sentire più liberi e felici.