Il dolore è un addio con amore

18 gennaio 2017 in Psicologia 1543 Condivisi

La vita è fatta anche di perdite. In qualsiasi momento possiamo vincere, ma perdiamo sempre qualcosa, ad esempio il tempo. Tra queste perdite ci sono quelle che ci danno sollievo, quelle che ci sono indifferenti e quelle che non vorremmo dover affrontare.

Può trattarsi di una persona che se ne va, ma può essere anche un oggetto, una possibilità o un sogno. In questo caso, quando la perdita lascia una ferita profonda sulla pelle, il dolore si rende necessario. Dolore inteso come condizione emotiva caratterizzata dalla tristezza, in cui gli altri si avvicinano per darci un po’ di conforto che compensi in qualche modo il freddo del vuoto creatosi dentro di noi. Uno stato che si contraddistingue per l’empatia, le poche parole e una grande comprensione.

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Un dolore non sempre suscita empatia

Un dolore può complicarsi in tanti modi diversi. Innanzitutto perché il sostegno e il conforto potrebbero venire a mancare. La maggior parte di noi può immaginare quanto soffre una persona che ha perso un familiare, è un’esperienza che purtroppo tutti prima o poi ci ritroviamo ad affrontare. Tuttavia, per alcune persone la sofferenza per altre perdite risulta meno comprensibile. Ad esempio, chi non ha mai avuto nella sua vita un cane o un altro animale domestico non comprende il dolore che deriva dalla loro morte.

Altre perdite difficili da comprendere sono quelle che riguardano le opportunità o i sogni. Viviamo tutti queste perdite, spesso in solitudine; di solito racchiudono un’illusione che non è facile da esprimere perché non la possiamo paragonare a nulla. Possiamo dire all’altro che ci sentiamo tristi perché il lavoro di anni è sfumato, ma sarà difficile che lo capisca se non ci ha accompagnato nello sforzo, se non ha vissuto con noi i giorni belli e brutti. Spiegarlo è molto complicato.

Forse il primo problema del dolore, quindi, è il riconoscimento da parte degli altri di ciò che esso rappresenta per noi.
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Le tre funzioni del dolore

La prima funzione del dolore è quella di riconoscere che la perdita è avvenuta. Di fatto, un’esperienza che in un certo senso si oppone al dolore è la negazione, ovvero vivere come se quella persona, quel sogno, quell’ambizione, quel’oggetto o animale esistessero ancora. La persona che nega la perdita rifiuta l’inizio del dolore.

Quando questa negazione caratterizza i primi tempi, si parla di una strategia di adattamento perché frena l’impatto della perdita, mentre il cervello inizia, anche se in inconsapevolmente, a lavorare sull’informazione. Tuttavia, questo non succede se la negazione si protrae a lungo, perché la persona non può cominciare il processo del dolore.

La seconda funzione del dolore è quella di riconoscere che quella cosa o persona così importante che non c’è più è esistita. Il dolore in qualche modo serve a pulire il ricordo di quello che si è perso. In questo senso, la negazione del dolore può dare luogo al senso di colpa perché, mentre la persona tenta di proteggersi, sente che sta tradendo la memoria di chi non c’è più, in quanto non agisce o riconosce ciò che dice il cuore, ovvero l’importanza della persona che se n’è andata. In questo modo, non farà altro che accumulare sentimenti negativi e anche un certo rancore e disprezzo nei propri confronti.

Il dolore ha la funzione di riconoscenza e omaggio.
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Infine, il dolore consente di elaborare quanto è successo. Ci concede spazio per chiudere un capitolo e iniziarne uno nuovo. In molti casi, anche se non sempre come abbiamo detto prima, attira l’attenzione degli altri. Un’attenzione che favorisce l’empatia, l’ascolto attivo e il sostegno. In questo modo, una possibile sensazione di abbandono può in qualche modo essere compensata ed equilibrata dai sentimenti di conforto da parte degli altri.

Il dolore è, dunque, un atto intimo di riconoscenza e amore verso la persona che se n’è andata. Una lettera scritta nell’aria, che racchiude le questioni in sospeso, la gratitudine per il tempo condiviso e in cui non mancano alcune semplici parole, “mi mancherai, sempre”.

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