Dall’egoismo all’amor proprio secondo Aristotele

· 24 dicembre 2016

Aristotele affrontò la questione del “si deve amare soprattutto se stessi o un’altra persona?”. Il saggio filosofo greco formulò una singolare visione sull’egoismo e la sua intima relazione con l’amor proprio. Avete voglia di approfondire meglio la sua curiosa deduzione?

Prima di continuare, è bene citare la celebre opera sulla quale ci concentreremo oggi, “Etica a Nicomaco”, per la precisione il Capitolo VIII del nono libro, dal titolo “L’amore per se stessi”.

L’amore per se stessi o amor proprio secondo Aristotele

Lungo questo capitolo della sua estesa opera, Aristotele indaga in chiave deduttiva sulle caratteristiche di colui che considera un uomo virtuoso. Attraverso il suo lavoro, l’autore si concentra in particolar modo sul paragone tra l’amore che si rivolge a se stessi – l’amor proprio – e l’egoismo.

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Il filosofo ritiene che i fatti reali contraddicano le teorie sull’egoismo. Sebbene sia vero che amare il proprio migliore amico sia virtuoso, Aristotele sostiene anche che ogni uomo è il miglior amico di se stesso. In altre parole, voi stessi siete i vostri migliori amici.

Si chiede, dunque, è egoista amarsi? Come è ovvio pensare, la più stretta relazione che si possa avere in vita è quella con se stessi. In fondo, con chi altri conviviamo 24 ore al giorno, chi dobbiamo sopportare per forza a prescindere dall’umore?

Le due categorie di egoismo individuate da Aristotele

Una volta stabiliti i precetti dell’amor proprio, il filosofo si lancia nella spiegazione dei due sensi che egli stesso dà all’egoismo. Sebbene sostenga che il termine abbia una chiara valenza peggiorativa, ritiene anche che esista una variabile molto più elevata dello stesso concetto.

La prima categoria di egoismo su cui riflette Aristotele riguarda l’amore per ciò che è terreno. Il filosofo paragona questa forma di egoismo al modo di agire del popolo – vale a dire la maggior parte della popolazione, quella che lui definisce la massa. Si tratta senza dubbio del risultato di una società estremamente classista come quella dell’Antica Grecia.

In questo caso, Aristotele associa l’egoismo alla più viva e primordiale aspirazione ai piaceri del corpo. In altre parole, la massa conserva per sé le più grandi ricchezze, onori e beni, mostrando devozione soltanto per l’accumulo materiale, meglio se prezioso. Il suo unico piacere è quello di soddisfare i propri desideri e le proprie passioni, limitandosi ad ascoltare, dunque, la parte più irrazionale della propria anima. Classifica questa forma di egoismo come un’abitudine volgare, deplorevole e molto diffusa. Come tale, sarebbe un atteggiamento meritevole di censura.

 “…egoisti [sono] coloro che attribuiscono a se stessi la parte maggiore in fatto di ricchezza, di onori e di piaceri del corpo: queste sono, infatti, le cose che i più desiderano e per le quali si danno da fare, considerandole beni supremi”

-Aristotele-

In seguito, però, il filosofo classico afferma che anche gli uomini che si lasciano guidare dalle più elevate forme di giustizia e saggezza sono da ritenere egoisti. Se non altro essi ricercano la virtù, le opere di bene e la bellezza. Non trova, dunque, nulla di censurabile in quest’atteggiamento.

L’egoismo lascia il posto all’amor proprio

Continuiamo a parlare della seconda categoria di egoismo secondo Aristotele. Come non definire egoista una persona che consegna corpo e anima alla ricerca della saggezza, della giustizia e della bellezza? Anche queste persone hanno bisogno di soddisfare necessità proprie, e quello è il loro unico scopo vitale.

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Ciò nonostante, il filosofo attribuisce loro un immenso valore. In poche parole, ritiene che l’uomo buono sia il più egoista di tutti: il suo egoismo, però, non è oltraggioso, bensì nobile. Non è volgare, perché è la ragione a dominarlo. Non sarà mai guidato dalla passione come accade invece nel caso precedente, basato sui beni materiali.

Secondo Aristotele, questi uomini nobili, ma egoisti dirigono i loro sforzi alla pratica della virtù, ebbene è lì che trovano la gioia. E questo loro atteggiamento finisce per arricchire l’intera comunità. Essi hanno trovato il segreto per congiungere il piacere personale e il servizio agli altri.

Per il filosofo greco, la virtù è il più elevato tra tutti i beni che si possano avere. Se da una parte l’uomo virtuoso agisce dunque con intelligenza e ragione, dall’altra l’uomo cattivo non trova un punto d’accordo tra il suo dovere e quello che effettivamente fa.

 “Ed è vero dell’uomo virtuoso che egli compie molte azioni in favore dei suoi amici e della patria”

Aristotele

Per concludere

Occorre concludere dicendo che Aristotele considera egoista l’uomo buono e nobile. Tuttavia, la virtù e la rettitudine di quest’uomo lo porta ad agire in favore dei suoi amici, della sua patria e dell’intera comunità. È una persona compromessa che disprezza la ricchezza materiale, ma che gode dei benefici dell’onore e della dignità.

Un saggio del calibro di Aristotele sostiene che l’uomo retto preferisca vivere un unico secondo di piacere piuttosto che una vita intera priva di dignità. Egli è generoso e pronto a sacrificarsi quando è il momento. È capace di rinunciare a tutto per aiutare chi ne ha bisogno. Non si farà problemi a cedere ad un altro la gloria di un gesto. In altre parole, è una persona consapevole di essere egoista, ma che al tempo stesso gode di un elevato amore verso se stessa.