Il fallimento è un livido, non un tatuaggio

· 16 maggio 2018

Henry Ford, fondatore dell’azienda Ford Motor Company, diceva che il vero fallimento è quello da cui non impariamo niente. In questo senso, uno degli automatismi che può derivare dalla consapevolezza dell’errore è l’autopunizione. Ci colpevolizziamo fin nel profondo di noi stessi, mentre all’esterno regna apparentemente il silenzio. Teniamo il fallimento in privato, come se questa ferita non si rimarginasse mai.

Grandi pensatori, filantropi e persone di successo hanno ribaltato il significato del fallimento e ci hanno mostrato che nelle loro vite è stato solo un livido e non un tatuaggio. Bill Gates, per esempio, ci rivela che è positivo celebrare il successo, ma che è il silenzio che può diventare una fonte di saggezza.

L’enfasi del fallimento come debolezza, incapacità o colpevolezza è un costrutto creato dall’ansia di ottenere dei risultati; risultati che, paradossalmente, molte volte non sono possibili senza questi fallimenti previ. Dato che, a quanto pare, gli errori sono tanto fastidiosi agli occhi di questa società perfezionista e non realista, seguendo l’eco del suo messaggio, cerchiamo di togliere questa facciata fatta di menzogne che, per ripetizione, abbiamo finito per interiorizzare.