Il mito della “femme fatale”

· 7 marzo 2016

La “femme fatale” è una sorta di “divoratrice di uomini”, affascinante, ma terribile allo stesso tempo. Anche se ci sono figure di questo tipo fin dall’antica Grecia, in realtà il mito inizia a diffondersi alla fine del XIX secolo.

La comparsa della “femme fatale” coincide con la nascita dei primi movimenti di emancipazione femminile. Attualmente, è diventata uno stereotipo pubblicitario.

Quello che caratterizza questa figura è una bellezza enigmatica e minacciosa, ma definitivamente affascinante. Più che sedurre, la “femme fatale” ipnotizza. Fa cadere gli uomini ai suoi piedi, ma il suo scopo ultimo è distruggerli.

Corrisponde a quello che nella psicanalisi è definito come modello isterico.

Per quanto mi riguarda, amore significa lotta, grosse bugie e due schiaffi in faccia.
Edith Piaf
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La “femme fatale” e gli stereotipi misogini

Prima del romanticismo (e dei movimenti di emancipazione femminile), la donna non aveva quasi rappresentazione nella cultura. Si erano configurati tre stereotipi di base: la sposa e la madre, la mistica e la strega e/o prostituta.

Con i movimenti di emancipazione femminile, la donna iniziò ad essere considerata una minaccia. Non solo cominciava a conquistarsi una posizione in molti ambiti sociali, ma si faceva anche portavoce di un nuovo atteggiamento.

Ecco che l’immagine della “femme fatale” iniziò a farsi strada nella letteratura. Molti romanzi dell’epoca sono incentrai su questa nuova figura femminile che rappresentava soprattutto un pericolo. Nelle discussioni letterarie, gli uomini erano le vittime.

Verso gli anni ’40 del XX secolo, la “femme fatale” entrò nel mondo del cinema. Era il periodo delle grandi dive, da molti all’epoca definite “vampire”.

Il fatto di paragonare queste belle donne a dei vampiri è un chiaro segno di come erano considerate, ovvero portatrici di mostruosità. C’era la possibilità che “succhiassero” via la vita agli uomini, portandoli alla distruzione.

All’epoca, la “femme fatale” non era solo una bella figura, ma aveva anche tutto un insieme di caratteristiche psicologiche.

La “femme fatale” era una donna imperturbabile, calcolatrice e fondamentalmente insensibile. La sua grande forza risiedeva nella capacità di far innamorare gli uomini, senza innamorarsene a sua volta. Aveva interessi più pratici: potere e denaro.

La “femme fatale” era la versione femminile del classico “Don Giovanni”.

Dalla “femme fatale” alla “top model”

Durante la seconda metà del XX secolo e nel XXI secolo, il cinema, la pubblicità e buona parte della letteratura consolidarono la figura tipica della “femme fatale”. In realtà, trasformarono il mito in un cliché.

Ad incarnare la donna “terribilmente attraente” ora è la “top model”. La maggior parte delle immagini pubblicitarie si basa su questa figura femminile: la donna perversa e malvagia, tentatrice ed irresistibile.

È attraente ora il prototipo di donna che combatte: una specie di amazzone contemporanea che condivide appieno i valori del guerriero.

Donna-guerriera

È una donna ipersessualizzata, libera e combattiva. Sembra che dedichi tutto il suo tempo alla conquista di qualcosa di importante nel mondo maschile. La “femme fatale” di oggi è una cospiratrice, politica, militare, atleta…

La “femme fatale” affronta gli uomini faccia  faccia, ma allo stile di 007, cioè utilizzando il suo fascino e la sua capacità di seduzione per riuscire a cavarsela anche nelle occasioni più complicate.

Non ha più una “bellezza misteriosa”, come quella della “femme fatale” dei tempi passati. Ora lo stereotipo è molto più rigido: corpo perfettamente tonico, tratti europei (qualunque sia il colore della pelle), labbra carnose, etc.

La “femme fatale” contemporanea non vuole essere solo oggetto di desiderio per gli uomini, ma vuole anche diventare un modello ideale per tutte le altre donne.

Per questo, la “femme fatale” è dominante, con una personalità coinvolgente, indipendente e ovviamente bellissima, anche se vive da un anno in una foresta. È anche una ribelle e mostra le ultime tendenze della moda, sempre e comunque.

La “femme fatale” di oggi ha, senza ombra di dubbio, lo stesso problema di molti uomini di tutti i tempi: il dovere di mostrarsi invulnerabile, perdendo la possibilità di sperimentare la dolcezza in tutta la sua pienezza.

Immagine per gentile concessione di Antonio Marín Segovia.