Incapacità appresa: l’asino della classe

· 9 gennaio 2015

Albert Einstein lo aveva ben chiaro: “Ognuno di noi è un genio, ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi, esso passerà tutta la vita a credersi uno stupido”. Questo brillante matematico definì in poche righe il mostro silenzioso che porta con sé la cosiddetta incapacità appresa. Stiamo parlando di persone che possiedono abilità che non potranno mai sviluppare poiché l’ambiente accademico è strutturato in modo tale da valorizzare alcune attitudini e disdegnarne altre. In questo modo, un vero genio della letteratura, ad esempio, può trascorrere tutta la vita senza saperlo, in quanto le persone attorno a lui si aspettano che trionfi in ambito sportivo.

 

Questa è ed in questo modo funziona l’incapacità appresa.

Il genio inutile o l’incapacità appresa 

Durante gli anni in cui frequentò la scuola, Albert Einstein non brillò in nessuna materia in particolare, essendo abbastanza “asino” sia nelle materie scientifiche sia in quelle letterarie. La sua successiva scoperta fu un’ulteriore conferma dello strepitoso fallimento dell’insegnamento accademico standard, che obbligava l’alunno, e lo fa tutt’ora, ad apprendere alcune nozioni senza prendere in considerazione le capacità personali del singolo individuo. A tale proposito, l’incapacità appresa svolge un ruolo molto importante sul futuro degli studenti.

L’incapacità appresa, concetto definito dallo psicologo sociale Martin Seligman, di base consiste nel fatto che la ripetizione di uno stigma per anni, il continuo fallimento in una determinata disciplina oppure la visione negativa che si ha in una determinata società riguardo il fallimento, dà come risultato un’incapacità artificialmente creta dal bambino o dal giovane nei confronti della suddetta materia.

È frequente sentir dire di un bambino “non è portato per la matematica/ le lingue/ la geografia…”. Tuttavia, questo non è vero. Creando questa premessa rispetto l’incapacità del bambino di porre a termine un compito, questa termina per riflettersi in un rendimento inferiore del giovane avvalorato da frasi del tipo: “perché dovrei studiare se tanto non sono portato per la matematica/ le lingue/ la geografia…?”. Questa scorretta affermazione porta il bambino a fallire una ed un’altra volta ancora, compiendo la profezia dei grandi.

La conclusione alla quale possiamo giungere senza paura di sbagliare è che nessuno, assolutamente nessuno, può definire chi siamo sulla base di una serie di fallimenti; d’altronde essi sono fondamentali per conoscere l’ambiente che ci circonda.

L’essere umano, infatti, impara dagli sbagli commessi e l’impotenza appresa si contrappone a questa naturale tendenza di imparare un’abilità in seguito a molti tentativi falliti oppure, come sentì dire una volta da un uomo molto saggio: “quando saprai scrivere, a nessuno importerà se hai imparato a farlo cinque settimane prima o dopo rispetto agli altri; alla gente importerà solo che sai scrivere e, se continuerai ad esercitarti, è possibile che in un paio d’anni sarai orgoglioso di quanto sia stato difficile all’inizio, perché proprio quello fu la scintilla che ti portò ad esercitarti più degli altri per perfezionarti”.