L’inganno di vivere la mia vita senza me

· 20 novembre 2016

Come ogni mattina, la mia vita si riavvia. Dopo aver corso un po’ sul lungomare, mi infilo sotto la doccia e faccio partire l’acqua fredda. Resto lì cinque minuti, mentre l’acqua gelata mi scivola sul volto e mi scorre su tutto il corpo. Lascio l’impronta dei miei piedi bagnati sul tappeto e sto attenta a non far cadere fuori neanche una goccia.

Premo il flacone di olio per il corpo, nel frattempo la mia figura si riflette poco a poco, come uscita da un sogno, nel cerchio dello specchio segnato dal vapore. Cerco di riconoscermi in un’immagine che mi è sempre apparsa aliena. Faccio scivolare e stendo l’olio lentamente tra le gocce di acqua disegnate sul mio corpo, senza tralasciare un solo centimetro, dalle dita dei piedi fino alle orecchie.

La mia figura si riflette poco a poco, come uscita da un sogno

Passo al trucco, seguendo ogni passo con ordine perfetto, come se stessi dipingendo un quadro unico che andrà all’asta. Prima il volto, poi mi concentro sugli occhi che hanno la stessa espressione vitale di un Modigliani. Ne risalto la forma a mandorla, scolpendo le mie ciglia fino all’infinito e anche oltre.

ragazza davanti allo specchio

Finisco sempre con la bocca, carnosa e ben definita, con il carminio che risalterà di più e sfiderà la luce del giorno e la stagione. Mi pettino, riga sul lato destro, perfetta al millimetro, e una ciocca di capelli raccolti dietro l’orecchio. Concludo lavandomi i denti, filo interdentale e sciacquo cinque minuti.

E poi il tocco finale, due spruzzate del mio profumo preferito su ogni orecchio, uno su ogni polso, un’altra tra le cosce.

“L’essenza di immoralità è la tendenza a fare un’eccezione di me stesso.”

-Jane Addams –

Cammino per casa ancora nuda e scalza sul parquet, facendo lo stesso suono del mio gatto quando si sposta quatto. Apro l’armadio e osservo la mia collezione, per la maggior parte ancora etichettata. Scelgo l’intimo, sempre coordinato, e lascio cadere con leggerezza gli indumenti sulla mia pelle ancora brillante e umida.

Apro il frigo e preparo un frullato di verdure e frutta di stagione, ne bevo un po’ e scaldo una tazza di tè verde. Scelgo un paio di scarpe con il tacco alto, mi metto uno degli anelli della mia collezione di smeraldi sul dito anulare della mano destra. Mi dà fastidio vederlo abbinato alla fede della mano sinistra.

Prendo la valigetta, scendo al parcheggio, siedo sulla bolla profumata e brillante che è la mia bentley blu marino, accendo la radio, parte “Barcarolle” di Offenbach e mi dirigo anche oggi in ufficio. A volte, prima di uscire, dimentico di leggere il biglietto che mio marito mi lascia a casa ogni mattina. Se succede, chiamo la ragazza delle pulizie per chiederle di aprirlo, voglio che quando arrivi a casa, mio marito non lo trovi chiuso. Sono stata sbadata tutta la vita, fin nei dettagli stupidi, perfino nei dettagli importanti.

Quando entro in ufficio, metto la mia vita sull’orologio dell’abitudine

Arrivo in ufficio, dalla reception passando per la fila di scrivanie che conducono al mio studio, una scala di movimenti crescenti segue ognuno dei miei passi: noto come ogni impiegato si raddrizza sulla sedia, con i visi ancora segnati da quell’aspetto tipico che dà la mancanza di sonno. Mi salutano con un sorriso nel quale apprezzo sempre la tensione e la paura, questo mi fa sentire potente, mentre loro li vedo miserabili.

La mia giornata lavorativa deve avvenire sempre nello stesso modo, a modo mio, con i miei ritmi, in maniera totalmente efficace e risolutiva, con nessun margine di errore. Al contrario, mi altero e il sangue mi ribolle nelle vene, a volte arrivo anche a licenziare qualcuno.

donna-cammina-felice-ricordando-lamore

Quando arrivo a casa, mi verso un calice di vino e fumo un paio di sigarette in terrazza mentre osservo le luci degli edifici più alti della città, al di sotto del mio. Mio marito mi cerca e mi abbraccia, sento la nausea crescere. Non vedo l’ora che arrivi il fine settimana quando “per questioni di lavoro” dovrò assentarmi, ma per essere in realtà tra le braccia del mio amante.

Niente mi fa star male, assolutamente nulla, solo di rado quando vedo qualcuno sorridere, sento che qualcosa si smuove dentro di me. Non so quando né perché ho dimenticato quel gesto. A volte, come ora, mi metto davanti allo specchio e provo un sorriso, ma è in questi momenti che crollo di più, perché non è mio, perché quell’emozione appare grottescamente triste.

Solo quando vedo qualcuno sorridere, sento che qualcosa si smuove dentro di me

Nel vedermi così spersonalizzata davanti allo specchio, penso di essere solo una bella facciata ristrutturata che nasconde un edificio in rovina, un frutto conservato artificialmente in una stanza, che se portato alla luce finirà per decomporsi per mancanza di vita. È solo ora, quando mi scopro nuda davanti a me stessa e davanti a chiunque voglia leggermi, mi sento più fragile e vulnerabile.

Tuttavia, voglio che lo vedano, voglio che lo sappiano, voglio scriverlo, gridarlo, domani appena entrata in ufficio – Signori non sono nessuno, sono morta, vivo la mia vita senza di me!” – Voglio gridarlo, uscire per strada e abbracciare chiunque mi incontrerà e implorare che mi dicano come fanno ad essere felici.

Due lacrime, solo due, mi scendono sulla guancia. Allora vengo invasa da una specie di calma e mi sorge una domanda che forse potrebbe anticipare la risposta al resto degli interrogativi: non è forse questo l’inizio per ritrovarmi dove vorrei essere?

E spero solo che domani, quando mi sveglierò, la mia corazza non torni a chiudersi del tutto, continuando a ingannarmi, rinchiudendomi a mani legate dentro me stessa. Come ha fatto finora, prigioniera e cieca dentro un’esistenza di presunzione che mi opprime e mi ferisce, facendomi dimenticare tutto quello che ora, piangendo, vi ho scritto.