John Lennon e la depressione: le canzoni che nessuno ha compreso

1 marzo 2018 in Psicologia 632 Condivisi
John Lennon

John Lennon ha passato gran parte della sua vita a chiedere aiuto. Lo ha fatto negli anni 60 con la canzone “Help!” e lo ha ripetuto in quella che è stata una delle sue ultime e profetiche composizioni: “Help me to help myself”. Il componente più idealista, rivoluzionario e ispiratore dei Beatles ha sempre nascosto un retroscena traumatico che gli è talvolta servito da grande impulso creativo.

Dicono che la tristezza sia un’emozione potente, che sia quasi come una molla capace di scatenare in alcune menti le produzioni artistiche più memorabili. L’abbiamo visto per esempio con Janis Joplis, quella cantante dalla voce potente la cui morte prematura ci ha lasciato il ricordo di una ragazza malinconica che, in modo piuttosto curioso, aiutò il mondo a essere più felice in un certo periodo storico.

I Beatles, da parte loro, hanno ottenuto lo stesso effetto, ma in un raggio universale. L’impatto musicale, culturale e sociale che generarono fu notevole; tuttavia, pochi si sono soffermati sulla tristezza che celava la figura più intellettuale del gruppo: John LennonChi lo conosceva in modo più intimo sapeva che in lui respirava una figura talvolta suicida e divoratrice, un’ombra che lo ha portato all’esilio e a un isolamento personale durato quasi cinque anni.

Per ironia della sorte, una delle ultime canzoni che ha composto, prima che Mark David Chapman lo assassinasse all’ingresso del Dakota Building, evidenziava un’uscita da quel tunnel personale e la ricerca di una tanto desiderata seconda opportunità. Infondeva speranza e aveva di nuovo fiducia in se stesso:

“Caro John,

Non essere duro con te stesso.

La vita non è stata concepita per essere vissuta di corsa.

Ora la corsa è finita”.

John Lennon con occhiali da sole

John Lennon e l’eterno grido di aiuto

Quando John Lennon scrisse il testo della canzone “Help!”, il resto del gruppo si sorprese, ma nessuno volle dargli troppa importanza in quel momento. Era una bella melodia, entrò a far parte di uno degli album più venduti e divenne anche il titolo di un film di cui dettero la prima nel 1965. Tuttavia, quelle parole celavano lo stress col quale Lennon conviveva e la pressione esterna che sperimentava alla luce di tutta una serie di eventi che si verificano più velocemente di quanto egli riuscisse a elaborare.

Qualche anno dopo, in un’intervista concessa alla rivista PlayBoy, Paul McCartney commentò che a quel tempo non era stato in grado di carpire la realtà personale che stava vivendo il suo collega e amico. Lennon gridava aiuto, ma viveva in un mondo di sordi. In quella canzone parlava apertamente della sua insicurezza, della depressione e della necessità che qualcuno lo aiutasse, che qualcuno lo guidasse per riportarlo con i piedi per terra.

Alcuni ritengono che queste angoscia esistenziale ed eterna tristezza nascosta potessero essere dovute anche alla sua infanzia. Suo padre era un marinaio che lasciò molto presto il focolare domestico. Sua madre, dal canto suo, fu costretta a separarsi dal figlio per un certo periodo, lasciandolo a carico dello zio. Anni dopo, e proprio quando iniziava a riconciliarsi con la madre, fu testimone dell’incidente che la uccise. Un poliziotto in stato di ebbrezza la travolse, togliendole la vita all’istante; una scena di grande impatto che lo accompagnò per tutta la vita.

Fotografie di John Lennon

I suoi biografi raccontano che per reagire a questa tragedia investì molte più energie nella musica. In fin dei conti, la sua passione per questa forma d’arte gli era stata trasmessa proprio da sua madre: fu lei a insegnargli a suonare più di uno strumento, fu lei a trasmettergli questa attrazione e proprio a lei dedicò una delle sue canzoni più intime: “Julia”.

John Lennon e la terapia dell’urlo

Quando i Beatles si separarono nel 1970, Paul McCartney, George e Ringo non dovettero far altro che continuare a produrre dischi più o meno orecchiabili per continuare a riscuotere successo. John Lennon, invece, fu incapace di seguire questa linea. Il mondo era pieno di voci, movimenti, ingiustizie e bivi sociali di fronte ai quali si sentiva molto sensibile, e persino indignato. Si scontrava con l’ipocrisia politica e attaccava persino i giovani fanatici che idolatravano lui e altre figure del rock.

In uno dei suoi album esprimeva con crudezza i suoi pensieri più profondi che caratterizzavano quella nuova tappa: “non credo nella magia… Non credo in Elvis… Non credo nei Beatles… Il sogno è finito… ora sono John…”. Fare musica non lo motivava più, non era fonte di allegria, né di soddisfazione. Era un semplice business ai suoi occhi e si sentiva ancora più costretto, prigioniero in un ring sul quale distruggere se stesso mediante l’alcol e l’LSD.

Una cosa che non tutti sanno è che dopo aver acquisito la consapevolezza che né la musica, né la meditazione, né le droghe riuscivano a mettere a tacere questa amara tristezza che viveva in lui, John Lennon iniziò a lavorare con lo psicoterapeuta Arthur Janov. Questo noto psicologo aveva sviluppato la terapia primaria, una strategia orientata a trattare traumi psicologici mediante l’urlo primario e lo psicodramma.

Donna che urla per strada

Questo approccio, allo stesso modo di molte altre terapie catartiche ed espressive, si fonda sulla premessa che tutto il dolore represso può essere portato al livello del conscio ed essere risolto mediante la rappresentazione del problema e l’espressione del dolore che ne deriva. John Lennon seguì per diversi anni questa terapia ottenendo risultati molto buoni, a tal punto che una delle sue ultime canzoni fu il risultato diretto di quel viaggio terapeutico che lo portò a mettere in atto meravigliose riconciliazioni interiori.

Il titolo di quella canzone era “Mother”.

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