Le maschere che indossiamo: qual è la vostra?

08 agosto, 2020
La maschera da duro, da bravo bambino, da salvatore... Tutti ne indossiamo una in alcune occasioni, ma ci sono maschere che portiamo sul volto da così tanto tempo che hanno finito per aderire al nostro essere. 
 

Le maschere che indossiamo sono strumenti che servono ad adattarci alle circostanze. È uno dei modi che abbiamo per reinventarci e andare avanti. Ci fanno sentire capaci di qualunque cosa e tengono lontano quello che, secondo la nostra convinzione, potrebbe danneggiarci.

Insomma, la maschera è un meccanismo di difesa inconsapevole che tenta di proteggere dal pericolo il nostro vero Io. È un ingranaggio che ci permette di sopravvivere. Indossare una maschera, quindi, non è necessariamente negativo.

In alcune situazioni, tuttavia, la maschera che abbiamo scelto non ricopre una funzione adattiva, ma esattamente il contrario. Le maschere che si adagiano in modo permanente sul nostro vero volto sono state ampiamente studiate in psicopatologia. Sono chiamate “ego” dalla psicologia della Gestalt e “conserve culturali” nello psicodramma.

Mani che sorreggono una maschera.

Quando abbiamo bisogno di indossare una maschera?

Impariamo a indossare una maschera fin dalla più tenera età, quando ci rendiamo conto che, in alcune circostanze, non possiamo comportarci come vorremmo se desideriamo essere accettati. 

Capiamo, per esempio, che dobbiamo controllare la frustrazione o la rabbia per ottenere l’approvazione dei nostri genitori. Oppure che dobbiamo essere pazienti e simpatici con i compagni di classe per essere accettati.

 

La maschera traccia i limiti delle relazioni, dei ruoli che dovremo assumere nella vita. Ci consente una riflessione sui nostri impulsi e lo sviluppo di capacità superiori come l’empatia.

Ci affidiamo a queste maschere o personaggi interiori anche in situazioni di bisogno. Esiste, ad esempio, la maschera da persona forte, utile nelle avversità o nei momenti difficili, che lasceremo infine andare per riposare dalla fatica.

Le maschere che ci accompagnano nella vita

Impariamo già da bambini a indossare le maschere e le sfruttiamo fino alla morte. Alcune sono la nostra salvezza, altre la nostra dannazione. Vediamo le più comuni:

  • Il bravo bambino. Il bambino che ha imparato a comportarsi sempre bene per essere accettato, che fa fatica a mettere limiti o esprimere la propria opinione per paura di essere disapprovato. Cerca l’affetto attraverso un comportamento gentile e disponibile.
  • Il guerriero. Quella maschera che si è formata nelle battaglie più difficili ci ha permesso di uscire indenni da grandi avversità. Ci fa dimenticare la paura e l’indecisione e ci permette di prendere il controllo.
  • L’indifferente. Il personaggio che resta impassibile, qualunque cosa accada. Si difende dalle minacce nascondendo il proprio dolore.
  • Il salvatore. Salvare tutti è la sua missione: amante dei casi disperati e responsabile delle disgrazie altrui.
  • La vittima. Ha imparato che la vita è costellata di disgrazie e che il vittimismo è l’unico modo per ottenere affetto e attenzione.
 
  • Il duro. Maschera tipica delle persone più sensibili che temono di essere ferite o di sembrare vulnerabili. Di fronte a questa paura hanno imparato a mostrarsi poco emotive e persino aggressive.
  • L’eterno felice. Chi ha difficoltà ad accettare emozioni come la tristezza, la rabbia o il senso di perdita, finge che tutto vada bene con un sorriso amaro. Un modo per fuggire dalle emozioni.
  • Il simpaticone. Ha imparato a scansare le emozioni con umorismo. È una maschera simile alla precedente, ma chi la porta è convinto, in più, che gli altri smetteranno di accettarlo se dovesse mettere da parte le battute e cominciare a mostrarsi per com’è.
Maschera bianca di fronte a maschera nera.

Quando le maschere che indossiamo aderiscono

Tutte le maschere che indossiamo hanno qualcosa in comune: ci permettono di proteggere il nostro vero Io da potenziali minacce. A volte le portiamo da così tanto tempo che aderiscono alla pelle. Cominciamo, allora, a chiederci se siamo davvero così; se la maschera è parte della nostra essenza.

Quando cominciamo a porci queste domande, significa che la nostra preziosa maschera ci ha fatto compagnia per troppo tempo. E, forse, questo ruolo è ciò che resta del bambino ferito che desidera ardentemente essere amato e considerato. 

 

Le maschere che una volta ci hanno protetto – ma che adesso non hanno più alcuna funzione – diventano un mezzo per disconnetterci dalle nostre emozioni, allontanandoci dai nostri veri desideri e ideali. La perdita dell’essenza e della connessione emotiva può condurci in un vicolo cieco; cercheremo di usare la stessa maschera più e più volte, anche se il contesto  è cambiato e su quello spettacolo è già calato il sipario.

Di alcune maschere che indossiamo ci sbarazziamo a fatica. Chi porta, ad esempio, la maschera da duro potrebbe pensare che gli altri lo stimino proprio per questo aspetto e che potrebbero abbandonarlo una volta vista la sua vulnerabilità. Si tratta, tuttavia, di un inganno della mente.

Quando la nostra interpretazione quotidiana è terminata, torniamo a casa. Allora, dopo aver tolto tutte le maschere, possiamo guardarci allo specchio e connetterci con il nostro Io autentico. Osserviamo chi siamo davvero, le nostre zone d’ombra e di luce; impariamo ad amare noi stessi, prima di chiedere amore agli altri. Solo in questo modo possiamo mostrare al mondo il nostro volto nudo.