Nessuno ha il diritto di giudicare come ci sentiamo

· 29 marzo 2017

Nessuno ha il diritto di giudicare quello che proviamo, perché a tutti è capitato di essere tristi o di non avere più lacrime da versare, di sentirsi allegri o di avere gli occhi lucidi. Tutti abbiamo provato a condurre una vita normale, facendo finta di niente, anche se il nostro cuore era spezzato in due… E non c’è niente di male in questo. Eppure, a volte capita di avere la percezione di provare qualcosa di diverso da ciò che dovremmo provare. È a quel punto che compare il senso di colpa.

È come se ci fossero delle situazioni in cui certe emozioni sono così “tipiche” che sembra obbligatorio provarle. Per esempio, nella percezione collettiva un parto è sempre relazionato alla gioia. Una nuova vita è un motivo per sorridere. La fine di un’attesa durata nove mesi. Tuttavia, chi ha assistito a molti parti sa bene che non sempre gli istanti successivi alla nascita sono brulicanti di felicità per la madre.

Lo stesso accade nel caso di una morte o di un funerale. Nella percezione collettiva occidentale la morte di un essere caro è sempre associata alla tristezza. Ma per quanto sia logico versare lacrime e vedere volti seri e manifestazioni di dolore per quella perdita, non in tutte le culture è così. Quindi, forse, questo modo di reagire ad una perdita non è così naturale come pensiamo o come ci hanno insegnato.

E proprio per questo, nessuno ha il diritto di giudicarci per come ci sentiamo.

Emozioni e meccanismi di difesa

Gli specialisti che si occupano dei familiari di persone che purtroppo sono venute improvvisamente a mancare (in un incidente, una catastrofe naturale, un attentato, ecc.) dichiarano che molto spesso si trovano davanti a persone in stato di shock. L’impatto emotivo è stato così forte che l’unica difesa del loro circuito emozionale è stata quella di bloccare qualsiasi emozione.

Di solito queste persone vorrebbero piangere e liberare tutte le emozioni imprigionate dentro di loro, ma non riescono a sbloccare quel meccanismo di difesa scattato dentro di sé.

Di sicuro vi sarà successo qualche volta di sbattere il ginocchio contro lo spigolo di un mobile. Pensate a quell’istante che passa tra il momento in cui avviene l’urto e quello in cui sentite il dolore. È un istante in cui vi preparate mentalmente al manifestarsi di quel dolore. Bene, in situazioni drammatiche come quella di una perdita improvvisa accade una cosa simile: il colpo si verifica, ma il dolore non arriva. Rimane solo una sensazione di vuoto, un nulla che genera colpa e timore allo stesso tempo.

Un altro caso in cui il dolore non arriva – o arriva in modo dissociato – quando si perde qualcuno è riconducibile ad un secondo meccanismo di difesa: la negazione. Negare quella perdita elimina automaticamente la consapevolezza del lutto. Molto spesso a queste persone capita di scoppiare a piangere perché hanno rotto un bicchiere o perché sono in ritardo di cinque minuti, ma non riescono a farlo quando pensano al loro lutto: hanno spostato la fonte del dolore.

Come vi dicevamo prima, usando l’esempio del parto, non è solo la tristezza a poter essere assente in un momento in cui tutti si aspettano che ci sia. Accade anche con le emozioni positive, come la gioia. Pensate a quel sogno che avete realizzato dopo tanti sforzi e fatica: quando avete raggiunto il vostro obiettivo, probabilmente vi siete sentiti molto contenti, ma può darsi anche che abbiate provato una specie di vuoto, di tristezza dentro di voi.

Il desiderio, infatti, nasconde dentro di sé un paradosso su cui si basa buona parte del pessimismo filosofico del XX secolo: quando viene soddisfatto, decade oppure muore.

Prendiamo il caso di una persona innamorata e corrisposta. Ce la immaginiamo con gli occhi che luccicano e straripante di gioia… Ma un caso altrettanto comune a quello dell’innamorato felice è l’innamorato stressato. Si trova, infatti, in quella fase di idealizzazione dell’altro in cui sente che può soddisfare il suo partner soltanto dando sempre il meglio di sé.

A volte questo provoca uno stato di tensione che abbatte la gioia e la sostituisce con un senso di continua incertezza molto difficile da sopportare. Dove sarà? Che cosa starà facendo? Mi amerà ancora?

Nessuno ha il diritto di giudicare le emozioni altrui

Questa dissonanza tra le emozioni che ci aspettiamo e quelle che proviamo davvero non sarebbe così importante se non fosse che, per molte persone, sono fonte di un profondo senso di colpa. Chi non riesce a versare lacrime per la morte di una persona a cui voleva bene può sentirsi molto in colpa, così come una madre che non prova gioia dopo aver messo al mondo suo figlio.

Un altro problema altrettanto delicato, e che spesso si somma al senso di colpa, è la sensazione di non essere “umani”. Si può arrivare a pensare di non provare tristezza perché si è psicopatici. Alcune persone credono di essere disumane e senza sentimenti, e questo può avere gravi conseguenze.

Molto spesso, inoltre, il giudizio delle persone che abbiamo intorno non aiuta. Vicino al neonato ci sarà sempre una combriccola di “seconde mamme” che si ritengono formidabili dispensatrici di consigli su come bisogna crescere ed educare un bambino. Il loro sostegno, se ben gestito, può essere d’aiuto per la madre, ma quando la loro presenza è eccessiva, si trasforma in un masso che fa sprofondare la sua autostima.

La gente può anche commentare e criticare la nostra mancanza di tristezza. Per esempio, quando qualcuno perde una persona cara, magari dopo un lungo periodo di malattia, le può capitare di sentirsi dire “Dicevi che lo amavi tanto e dopo due giorni stai già uscendo con gli amici” o “Di sicuro non lo amavi così tanto se il giorno dopo eri già al lavoro”. Queste frasi sono profondamente ingiuste e denotano un’intollerabile mancanza di sensibilità da parte di qualcuno che ha dimenticato che non ha il diritto di giudicare ciò che proviamo.

In ogni caso, il nostro mondo emotivo è molto sensibile e cambia a seconda delle caratteristiche personali di ognuno di noi. Per questo motivo, nessuno può giudicarci per come ci sentiamo. E non lo dobbiamo fare nemmeno noi stessi.

Dovete pensare che quello che proviamo non ci rende persone migliori né peggiori, anzi molto spesso le nostre azioni non sono per niente fedeli alle nostre emozioni. Proprio per questo, il senso di colpa che spesso ci affibbiamo, o affibbiamo agli altri, non ha motivo di esistere.