Il nostro nome dice molto su chi ce l’ha messo

9, gennaio 2017 in Curiosità 781 Condivisi

Il nome è la prima cosa che segna qualsiasi essere umano. È una parola e, come tale, porta con sé una serie di significati e una lunga serie di associazioni. In generale, inoltre, il nome rivela un’implicita intenzione di chi ce lo assegna, in parte cosciente, in parte incosciente.   

Quasi sempre il nome è dato da altri, e non siamo noi a sceglierlo. E quasi sempre c’è una storia dietro ad esso: forse è il nome di un nonno o un nome che andava di moda, forse a vostra madre sembrava un modo tenero di chiamarvi o vostro padre pensava che fosse il nome più adatto per una persona illustre.

Potrebbe anche trattarsi di un omaggio ad una persona morta o ad una figura che i vostri genitori ammiravano. Forse hanno scelto il nome che avete per competere con gli amici o per provocare un forte impatto nelle persone che li circondano, per ricordare un santo o lo stesso Salvatore. Possono essere numerosissimi i motivi per i quali vi chiamate come vi chiamate.

Quel che è certo è che tali associazioni, significati ed intenzioni delineano una parte del vostro destino. I nomi seminano o sottraggono aspettative su di voi. Danno anche un sottile mandato sul tipo di persona che sperano diventiate. Dare un nome a qualcuno significa assegnargli un posto  all’interno di una cosmovisione.

La funzione del nome

Il nome di una persona ha tre funzioni fondamentali: quella identificativa, quella ubicativa all’interno di una determinata cultura e quella che suggerisce un progetto di vita.

Identificativa perché è ciò che abitualmente vi differenzia dal resto delle persone in un contesto condiviso, per il quale rispondete.

Ubicativa perché vi posiziona all’interno di una cultura, in primo luogo per la provenienza e la comprensione di tale nome, da parte di chi vi sta intorno; in secondo luogo, per il vostro cognome: questo svela a che famiglia appartenete.

Anche il nome suggerisce un progetto di vita, per via delle aspettative, delle fantasie e delle motivazioni che hanno spinto i vostri genitori o gli adulti che ve l’hanno dato a darvelo. Dandovi il nome, hanno anche scommesso sul vostro futuro. Ciò che sentono e ciò che pensano nel momento in cui nascete si riflette nel modo in cui vi hanno chiamati.

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Allo stesso modo, anche se chi sceglie il vostro nome non lo sa, la maggior parte dei nomi ha una propria etimologia e, pertanto, un proprio significato. Questo significato potrebbe ubicarsi all’interno di ciò che denominiamo “incosciente collettivo”. Per questo motivo, il nome delinea il significato della vita della persona che lo porta.

Le determinazioni del nome

Quanto più è comune un nome, meno vincoli presenterà riguardo a chi lo porta. Al contrario. quando si tratta di un nome ricercato, straniero, strano o particolare, la sua influenza sarà molto maggiore. Lo stesso accade quando si porta il nome di una persona morta o di un altro membro della famiglia: il padre, la madre o un altro parente.

Nel caso dei nomi esotici, in generale denotano forti fantasie da parte dei genitori. Vogliono distinguersi tramite i loro figli. Sanno che gli altri si stupiranno quando nomineranno i loro figli, ma questo è proprio ciò che vogliono: attirare l’attenzione degli altri, lasciare un segno.

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Ci sono nomi, però, che sono talmente rari o ricercati da finire per essere ridicoli. È comune che siano frutto dell’ignoranza o dell’alienazione dei genitori. Si sa, ad esempio, che in Ecuador vari bambini portano il nome “Eveready”. In Colombia vi è poi il caso di un bambino di nome “Usnavy”, perché suo padre, un militare che combatté nella guerra in Corea, aveva visto questa parola su una nave statunitense.

Ad ogni modo, il nome ci apporta diverse cose. A volte dà origine a sottili anticonformismi o rifiuti aperti. Qualcosa sul nostro destino è racchiuso in quel nome che ci hanno assegnato senza chiederci il permesso e che, con il passare degli anni, la maggior parte di noi impara ad apprezzare. Forse perché lo facciamo nostro.

Immagini per gentile concessione di Chain Ready, Mark Orloff