Non me ne pento, ma so cosa non rifarei

· 21 luglio 2017

Nessuno di noi è infallibile: siamo tutti delicatamente imperfetti, ma unici nella nostra essenza e storia personale. Per questo è cosa buona e necessaria accettare gli errori che abbiamo commesso senza cadere in continue lamentele, ma allo stesso tempo avendo ben chiaro in mente che cosa non rifaremmo, quali strade prenderemmo di nuovo e quali persone terremmo ben lontane da noi.

In uno dei suoi film, Woody Allen disse: “Non mi pento di nulla nella mia vita, ma la verità è che mi piacerebbe essere un’altra persona”. Questa frase così ironica riassume benissimo un fatto molto concreto: gli errori che abbiamo commesso nell’arco della nostra vita fanno male, e molto spesso sono una minaccia così terribile per la nostra dignità che vorremmo tanto poter premere il tasto “Rewind” e iniziare tutto da capo.

“Il successo va da un fallimento all’altro senza mai perdere l’entusiasmo.”

 -Winston Churchill-

Tuttavia, le persone non sono macchine, ed è proprio in questo particolare che risiede la nostra grandezza. In quella magia intrinseca nel nostro DNA, che ci spinge a imparare dagli errori commessi in passato per avanzare come specie e migliorare, così, le nostre condizioni in questo mondo complicato. In fin dei conti, vivere significa avanzare, ma anche cambiare. Saper imparare la lezione dopo un errore, quindi, è come affrontare una salita e raggiungere un punto da cui vediamo la strada per essere ogni giorno persone migliori.

Non prenderne atto, non accettarlo o rimanere incatenati a quel senso di colpa che ci corrode e ci tiene legati al passato significa impedirci di crescere, di proseguire lungo quel percorso che va affrontato a qualsiasi età e in qualsiasi momento.

Quelle azioni di cui ci pentiamo, ma che fanno parte del bagaglio della vita

La colpa o il pentimento hanno molte forme: proiettano ombre deformi e tessono nella nostra mente delle intricate ragnatele, perfette per tenerci intrappolati. Fatti concreti come può esserlo una relazione con la persona sbagliata, una scelta lavorativa poco favorevole, una svista che ci ha causato problemi, una promessa non mantenuta, una cattiva azione o un’affermazione scorretta spesso ci costringono ad osservarci come davanti ad uno specchio senza filtri, come una ferita aperta senza anestesia. È solo a quel punto che diventiamo consapevoli delle crepe nel terreno della nostra presunta maturità, che dobbiamo riparare dopo aver raccolto i cocci rotti della nostra dignità.

D’altra parte, in un interessante studio pubblicato sulla rivista Cognitive Psychology si indica un dato che dovrebbe invitarci a riflettere. Le persone più giovani sono più propense a lamentarsi degli errori commessi nel corso della loro vita. Basta scambiare qualche parola con qualcuno di età compresa tra i 20 e i 45 anni per sentirsi elencare uno per uno ogni errore compiuto, ogni persona che si pente di aver lasciato entrare o uscire dalla propria vita, ogni decisione sbagliata. Una valutazione e un’autoanalisi che può anche essere sana e catartica: ci aiuta a scegliere meglio, ad orientare in modo più preciso le nostre bussole personali.

Tuttavia, il vero problema sorge quando si raggiunge la terza età. Quando una persona raggiunge i 70 anni, fa la sua comparsa il famoso rimpianto per le cose non fatte, le opportunità perse, le decisioni non prese per mancanza di coraggio. Dovremmo avere molto chiaro in mente che il pentimento peggiore è quello della vita non vissuta. Proprio per questo, molti dei nostri presunti “errori”, quelli che, però, non hanno avuto conseguenze fatali o tremende nella nostra vita, non sono altro che il nostro bagaglio di esperienze, la nostra eredità vitale. È da quelle crepe che filtra la luce della saggezza.

Gli errori busseranno sempre alla nostra porta, in un modo o nell’altro

Un errore implica, prima di tutto, accettarne la responsabilità. È qualcosa che sappiamo quasi tutti, non c’è dubbio, e tuttavia non sempre siamo in grado di dare quel passo così importante, e così degno. Subito dopo l’errore si verifica ciò che in psicologia chiamiamo “riparazione primaria”, vale a dire, procedere a compiere una scelta così semplice e fondamentale come chiudere una relazione tormentata, abbandonare un progetto fallito o persino chiedere scusa per un male causato a qualcun altro.

“L’errore sta alla base del pensiero umano. Se non ci è stata data la capacità di non sbagliare, è stato per un motivo molto semplice: per renderci migliori.”

-Lewis Thomas-

Dopo questo passo, dobbiamo procedere con un’altra fase più delicata, intima e complessa. La “riparazione secondaria” ci interessa da vicino: è a questo punto che dobbiamo ricucire con minuziosa precisione ogni brandello rimasto della nostra autostima, ogni fibra strappata alla nostra concezione di noi stessi. È qui che non dobbiamo lasciare spazio per i rancori, o per il peso di quelle delusioni. È qui che non possiamo permetterci di chiudere le porte del nostro cuore e le finestre che si spalancano sulle nuove opportunità.

Uno studio pubblicato sulla rivista Personality and Social Psychology ci ricorda un fatto che molti di voi avranno vissuto più di una volta nel corso della vita, e che senz’altro vi risulterà familiare. A volte, infatti, ci auto-puniamo con la tipica frase: “Ma come ho fatto ad essere così ingenuo/a? Come posso fare ancora errori del genere alla mia età?”.

La credenza che l’età e l’esperienza ci rendano finalmente immuni agli errori è poco più di un mito. Mettiamo da parte questa concezione errata e accettiamo un fatto molto concreto e importante: essere vivi significa accettare i cambiamenti e le sfide, permetterci di conoscere nuove persone e fare cose nuove ogni giorno. Sbagliare in alcune di queste cose fa parte del gioco, e aggiunge un tassello in più alla nostra crescita. Negarci la possibilità di sperimentare e rimanere eternamente ancorati all’isola del pentimento, della paura e del “sto bene così come sto” significa limitarci a respirare e a esistere, ma non a VIVERE.

Immagini per gentile concessione di Miss Led