Sei molto più di quello che vedo: sei quello che mi fai provare

· 14 aprile 2017

Le persone non sono semplicemente ciò che percepiamo a prima vista: sono quello che riescono a farci sentire attraverso i loro sguardi luminosi, le loro parole e gli abbracci che ci fanno sentire protetti. Sono persone che distillano un potere emotivo curativo e vitale, capace di risvegliarci dalla nostra tristezza.

Tutti noi abbiamo provato questa sensazione almeno una volta nella vita. Conoscere qualcuno che in un primo momento ci sembrava antipatico o che non risvegliava in noi alcun interesse a causa della sua apparente introversione, per mancanza di spontaneità o audacia. Tuttavia, poco tempo dopo, compaiono sfumature sconcertanti, dettagli colorati ed aspetti magici che finiscono per irradiarci di una felicità diversa, rischiosa ed avvolgente.

Le persone sono molto più che i lineamenti di un viso o gli abiti che ricoprono il loro corpo. L’essere umano dispone di un’energia unica ed eccezionale che trascende quella forza che caratterizza il nostro cuore o che permette ai nostri polmoni di realizzare lo scambio gassoso con il sangue. Oltre alle funzioni organiche ci sono le emozioni che definiscono ciò che siamo e come ci relazioniamo con il mondo.

Il modo in cui contagiamo le nostre emozioni agli altri costituisce un potente canale, che merita delicate cure e una saggia auto-conoscenza. Di seguito vi spieghiamo come fare per godere di una migliore qualità di vita nelle vostre relazioni interpersonali.

Quello che facciamo provare agli altri: il contagio emotivo

Tutti noi trasmettiamo dei messaggi emotivi senza rendercene conto. La nostra apparenza, i nostri gesti o il modo in cui ci muoviamo o guardiamo gli altri scolpiscono microuniversi emotivi in cui le parole non sono necessarie per trasmettere informazioni concrete. Difatti, e non dobbiamo mai dimenticarlo, molto prima dello sviluppo del linguaggio gli esseri umani facevano uso delle emozioni come unica forma di comunicazione.

“Mi piaci perché mi fai stare bene, e non sono una di quelle persone che stanno bene con chiunque”.

L’espressione facciale che caratterizza la paura, ad esempio, mette in allerta un gruppo riguardo ad un pericolo; le lacrime e la postura accovacciata informano del dolore, di una necessità alla quale far fronte. Tuttavia, con l’arrivo del linguaggio sofisticato, questa gestualità esagerata non solo si è vista ridotta, ma è divenuta quasi intollerabile. Il mondo civilizzato esige l’inibizione delle emozioni perché la loro espressione istintiva è considerata primitiva,  da controllare e nascondere nei nostri spazi privati e di solitudine…

Le emozioni garantiscono la nostra sopravvivenza come gruppo

D’altro canto, alcuni studi realizzati nel campo della cognizione sociale ci hanno segnalato un dato importante da ricordare: le emozioni non sono solo un meccanismo di sfogo o di espressione personale. Innanzitutto, costituiscono il meccanismo di sopravvivenza, perché con esse contagiamo gli altri, trasmettiamo informazioni; avvolgiamo con la nostra felicità affinché qualcuno provi allegria o lasciamo percepire la nostra tristezza o il dolore che proviamo affinché qualcuno ci aiuti.

In questo modo, si mette in moto il motore della cooperazione, quello che ci ha permesso di sopravvivere come specie, lo stesso che ha dato forma all’architettura cerebrale quasi perfetta in cui i neuroni specchio ci aiutano ad imparare, ad imitare ed identificare le emozioni altrui.

Tuttavia, se optiamo per inibire le emozioni, per non guardare negli occhi le persone con le quali parliamo e per abbassare lo sguardo quando vediamo un collega di lavoro soffrire in silenzio, andremo contro il nostro concetto evolutivo. Decidere di nasconderci nelle nostre isole di solitudine crea un’ecologia emotiva che origina solo infelicità.   

Fammi stare bene, regalami emozioni positive

Per quanto possa sembrare strano, non esistono numerosi studi che ci spieghino come funziona questo meraviglioso meccanismo di contagio emotivo. Fino ad ora si sa che ciò che gli altri ci fanno provare -sia positivo o negativo- si regge su ciò che conosciamo come mirroring sistem (sistema specchio). In questa trama complessa, i neurologi enfatizzano sul lobo dell’insula come struttura che partecipa al processo ed interiorizzazione degli stati emotivi di chi ci circonda.  

Inoltre, dobbiamo tener conto del fatto che queste strutture sono molto resistenti al danneggiamento degenerativo. Questo spiega, ad esempio, perché i malati di Alzheimer continuano ad essere altamente recettivi al mondo emotivo. Una carezza, un abbraccio, un gesto gentile e una presenza in grado di trasmettere calma ed affetto si trasforma nell’unico linguaggio che comprendono e al quale rispondono.

D’altro canto, le emozioni positive svolgono un ruolo molto importante per quanto riguarda l’educazione. Un neonato, ad esempio, inizierà a percepire il mondo in base a ciò che fanno i suoi genitori. Le emozioni basate sul contatto fisico, su quell’affetto che risponde al pianto, alle paure e ad ogni necessità affettiva, apportano giorno dopo giorno un adeguato sviluppo neurologico.

Per concludere, le emozioni positive alimentano, costruiscono legami, curano paure e costituiscono quella forza tipica di ogni relazione di coppia basata sull’empatia e sulla reciprocità, in cui intuire le necessità ed apportare bontà, rispetto e quella semplice felicità che si incide nelle piccole situazioni quotidiane.

Immagine principale per gentile concessione di Puuung