Cosa si prova prima di morire? Questo è quello che sappiamo…

9, settembre 2017 in Curiosità 1157 Condivisi

La morte è uno degli enigmi per i quali è impossibile trovare una risposta definitiva. Accettare e assimilare l’idea di una fine assoluta non è facile. Per questo si tratta di un concetto che in ogni caso causa timore, apprensione o curiosità. E anche se ne sappiamo poco, si tratta di un’esperienza che inevitabilmente ci troveremo ad affrontare prima o poi.

Le prime risposte sulla morte le diede la religione. Forse la morte (il punto a partire dal quale nessuno ha dato testimonianze) è esattamente uno dei motivi per cui le religioni nascono e si mantengono nel tempo. Molte religioni accettano l’esistenza di uno spirito o di qualcosa che trascende la vita biologica e che si sposta in un mondo parallelo, il quale è invisibile, impercettibile, ma che sta proprio lì in attesa che noi tutti (o chi lo merita) lo raggiunga.

“La morte è qualcosa che non dobbiamo temere, perché mentre esistiamo non vi è morte, e quando vi è morte noi non esistiamo”.

-Antonio Machado-

Anche la scienza si è immersa nel tentativo di decifrare l’enigma. Sebbene ci siano molti scienziati che hanno credi religiosi, formalmente la scienza si approccia all’uomo come un essere puramente biologico, la cui esistenza non va più in là dell’ultimo battito del suo cuore. La fisica quantistica ha esplorato altre prospettive, come ad esempio quella degli universi paralleli, ma attualmente ciò resta solo ad un livello ipotetico.

I progressi fatti dalla scienza, invece, riguardano la comprensione di tutti i processi fisici e psichici che ruotano attorno alla morte. Proprio per aumentare la comprensione di questi aspetti, venne realizzato uno studio negli Stati Uniti i cui risultati furono molto interessanti.

Una ricerca sulla morte

Molti di noi a volte si sono domandati, cosa si prova prima di morire? Come si vive questo momento di distacco dalla vita? C’è dolore? C’è sofferenza? Siamo sopraffatti dal terrore nel momento di avanzare verso l’ignoto? Vediamo davvero tutta la nostra vita passarci davanti in un unico istante?

Per rispondere a queste domande, un gruppo di studiosi dell’Università della Carolina del Nord, guidati dal professor Kurt Gray, condusse una ricerca. Iniziarono con due gruppi di persone che stavano vivendo esperienze vicine alla morte. Il primo era composto da malati terminali. Il secondo da persone che erano state condannate a morte.

Ai membri del primo gruppo venne chiesto di aprire un blog sul quale condividere i propri sentimenti per un periodo minimo di tre mesi. La pubblicazione doveva includere almeno 10 articoli. Parallelamente, venne chiesta una cosa simile ad un sottogruppo di volontari. A questi si richiedeva di immaginare che gli fosse stato diagnosticato un tumore e di scrivere su ciò. Nel secondo gruppo, composto da persone nel braccio della morte, vennero invece raccolte le ultime parole dei condannati.

In entrambi i casi l’intento era valutare i sentimenti e le emozioni che si manifestavano con l’avvicinarsi della morte. Si voleva anche capire se questo mondo interiore manifestava cambiamenti via via che ci si avvicinava al momento finale.

Gli interessanti risultati dello studio

Un’equipe di psicologi si mise al lavoro con l’obiettivo di analizzare i discorsi del primo gruppo, assieme al sottogruppo parallelo. Elaborarono le loro conclusioni in base alle parole con cui queste persone descrivevano le loro emozioni o alludevano ad esse. A partire da ciò, riuscirono a giungere ad interessanti risultati. Il primo fu che i malati terminali esprimevano più emozioni positive rispetto al gruppo dei volontari. Inoltre, più si avvicinava il momento della morte, più i loro messaggi erano positivi.

Con i condannati in procinto di morire avvenne qualcosa di simile. I loro ultimi discorsi non si concentravano sul dolore, sul pentimento o sull’odio verso le autorità che avevano sentenziato la pena di morte, viceversa le loro parole erano piene di amore, comprensione e significato affettivo. In entrambi i gruppi spiccavano le allusioni alla religione e alla famiglia.

Il professor Kurt Gray, a capo della ricerca, concluse che “il processo della morte è meno triste e terrificante e più felice di quello che si pensa”. Per quanto la morte come tale sia un concetto che genera angoscia e paura per via dell’incertezza che la circonda (al di là della fede che ciascuno possa avere), nel momento in cui la si deve affrontare coscientemente le persone tendono ad evolversi. Al punto da percepire la loro stessa morte come un evento costruttivo e ricco di significato.

A quanto pare, la capacità di adattamento dell’essere umano è enorme e si esprime in tutta la sua pienezza nei momenti estremi, come la morte. Psicologicamente e fisiologicamente le persone sviluppano meccanismi che permetto loro di affrontare con saggezza la realtà della fine. Per questo motivo, Gray afferma con la massima convinzione che “La morte è inevitabile, ma la sofferenza non lo è”.

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