Quando critichiamo noi stessi

· 13 gennaio 2015

La persona più influenzabile con la quale parlerai tutto il giorno sei tu. Fai molta attenzione, quindi, a quello che dici a te stesso” (Zig Ziglar)

Essere in grado di trattenerci e riflettere su come siamo ed agiamo è segno di maturità mentale. Tutti noi ci critichiamo ogni tanto, ma sapere come farlo rappresenta un importante fattore che contribuisce a farci sentire meglio con noi stessi.

Cosa è l’autocritica? 

La Treccani definisce la parola autocritica come la critica rivolta a sé stesso, al proprio operato o al proprio operare. Tuttavia, andando al di là di questa definizione, si tratta di un concetto che agisce a mo’ di spada di Damocle, poiché se si fa in modo corretto ci aiuterà a crescere e a migliorare come persone, ma se accogliamo il suo aspetto negativo, come un’autocritica non costruttiva, può essere persino devastante, soprattutto nell’ambito delle relazioni interpersonali. Questo significa che in base a come parliamo a noi stessi, tramite il linguaggio interno dei nostri pensieri, ci sentiremo in un modo o nell’altro. 

Autocritica sana ed autocritica negativa

L’autocritica sana è quella pratica che consiste nell’essere coscienti dei propri sbagli o errori, assumerli e impegnarsi per correggerli o, per lo meno, fare in modo di attenuarli per quanto possibile. È come se realizzassimo un’autovalutazione sia degli aspetti positivi sia di quelli negativi delle nostre attività, dei nostri pensieri o dei nostri sentimenti, tramite la quale ha inizio un processo di apprendimento il cui fine è quello di migliorare la caratteristica che ci criticavamo. Si tratta, quindi, di un concetto profondamente legato a quello del miglioramento personale. L’autocritica sana costituisce uno strumento molto importante per poterci conoscere meglio e per migliorare la nostra autostima.

In questo modo, la critica verso sé stessi risulta necessaria ed utile. Tuttavia, una cosa è utilizzarla come strumento di apprendimento, un’altra molto distinta è invece l’autocritica patologica o distruttiva. Con quest’ultima si giudica, si colpevolizza e si trova in quasi tutto quello che si fa o si dice un errore imperdonabile. Una voce interiore che attacca e giudica di continuo come se mantenessimo una complicata storia d’amore con noi stessi. La differenza tra un tipo di autocritica e l’altro si trova nel sentimento risultante e dalla condotta che segue come conseguenza. Quando realizziamo un’autocritica sana o positiva, permettiamo a noi stessi di crescere, ma quando emettiamo una critica distruttiva, invece, ci condanniamo favorendo lo sviluppo di una scarsa autostima.

Forse se non ci trattenessimo dall’ascoltarci un po’ di più e dall’osservare il nostro linguaggio interno, molte volte ci renderemmo conto di come ci maltrattiamo. Invece di trattarci con la frusta dell’autocritica negativa che non ci permette di andare avanti e ci riempie di sentimenti quali la colpa e la vergogna, dovremmo iniziare ad accettare i nostri errori e vederli come spunto di apprendimento e ponte per il miglioramento.

Dobbiamo imparare ad essere il nostro migliore amico, perché troppo facilmente cadiamo nella trappola di essere il nostro peggior nemico. (Roderick Thorp)

Immagini per gentile concessione di Félix Holland