Senza bontà, l’intelligenza è cieca

· 29 marzo 2017

La bontà si trasmette tramite le carezze che danno conforto, i gesti che educano e gli esempi che guidano. Se seminiamo nei più piccoli i semi della nobiltà, dell’affetto e dell’empatia, il mondo avrà adulti più forti, persone più degne e coraggiose, capaci di costruire il proprio cammino.

Per quanto l’intelligenza emotiva sia di moda, si continuano a dare priorità agli studi o alle ricerche orientati a potenziare il rendimento dei bambini in materie scolari e tradizionali. Qualcosa in cui incide, ad esempio, la legge statunitense del “Child Left Behind“ (nessun bambino rimanga indietro), che spinge gli alunni e le famiglie a migliorare il loro curriculum accademico, al fine di non perdere i contributi economici.

Questa legge ha favorito lo sviluppo di molteplici lavori focalizzati su un’idea di fondo: sviluppare al massimo l’abilità di memorizzazione nei bambini. Gli studi in sé risultano interessanti dal punto di vista scientifico, perché si analizzano i diversi modelli utilizzati dal cervello per stabilire relazioni, per codificare i dati e per creare nuovi ricordi.

Ebbene, il risultato di questa legge, approvata da George W. Bush, è che i maestri si sentono pressati e gli alunni frustrati. È come se il nostro contesto politico e sociale andasse da una parte, mentre la neuroscienza, con i risultati derivanti dall’insieme degli studi in tale contesto, ci gridassero che è la direzione sbagliata.

Il cervello di un bambino ha bisogno di un’educazione più completa e complessa rispetto a quella attuale, che incide e stimola la pratica di strategie mnesiche. Una focalizzazione sulla memoria che va contro il “cemento” che solidifica la conoscenza, che risveglia la curiosità e che pone le basi di una personalità forte, matura e felice.

Se siamo capaci di educare, di guidare e di motivare i nostri bambini tramite la bontà e la riconoscenza, daremo al mondo una generazione molto più degna e più preparata per le sfide che in un futuro dovrà affrontare.


La bontà nel cervello infantile

Iniziamo chiarendo un aspetto molto importante. Quando un bambino viene al mondo, è incapace di regolare le proprie emozioni, e nel suo cervello non esiste nessun’area in cui sia codificato in maniera generica il concetto di bontà. Ciò che invece è presente, è un’innata e naturale necessità di connettersi con ciò che la avvolge, ovvero prima con i propri genitori per sopravvivere, e poi con i propri simili per intrattenere le prime relazioni sociali.

Dobbiamo capire che il mondo emotivo dei bambini segue una specifica sequenza di sviluppo in cui gli adulti devono fungere da guide, mediatori e anche gestori. La riorganizzazione neurologica del cervello infantile è molto complessa, e l’età cronologica non sempre permette che venga messa in pratica una funzione, una capacità o un obbiettivo specifico. Quindi, bisogna essere pazienti e rispettare lo sviluppo fisico, psicomotorio ed emotivo di ogni bambino.

Inoltre, esistono diversi fattori che determineranno la qualità di tale sviluppo integrale nei nostri figli. Quando parliamo di bontà, non ci riferiamo solo all’educazione ai valori. Parliamo anche di come quell’universo pieno di carezza, sguardi e riconoscimenti delinea quella connessione in grado di consentire un migliore sviluppo neuronale.

Un bambino può stabilire il contatto con la bontà già in fasi primitive. La percepisce tramite la voce di sua madre e le braccia di suo padre. La nota quando impara a parlare e viene ascoltato, quando viene preso come esempio, quando gestisce le sue emozioni e quando gli viene insegnato a dare importanza agli altri, a rispettarli e a rispettare se stesso.

La bontà è molto più che un valore, è un eccezionale canale di apprendimento.

Punti chiave per educare alla bontà

All’inizio del nostro articolo parlavamo dell’approccio che in molti centri scolastici dà la priorità al rendimento accademico nelle materie classiche piuttosto che all’intelligenza emotiva. Ebbene, è chiaro che nessuno di noi potrà cambiare ciò che la società esige, ma vale comunque la pena educare emotivamente i nostri figli, affinché siano preparati a queste domande. Si tratta di saperli indirizzare da casa, di essere buoni gestori delle loro emozioni fin da quando i nostri figli sono nella culla e muovono i loro primi passi.

Di seguito vi diamo alcuni consigli per riuscirci.

Educare al rispetto, educare alla bontà

Un fatto reale e che il libro “Come parlare perché i bambini ti ascoltino & come ascoltare perché ti parlino” ci spiega alla perfezione è che siamo tutti eccellenti genitori fino a quando non diventiamo genitori. Vale a dire che, prima di avere dei figli, idealizziamo la crescita e abbiamo ben chiaro cosa fare e cosa non fare. Più avanti, quando i figli arrivano, la vita reale ci dà il benvenuto.

  • Per educare al rispetto e alla bontà, è necessario essere genitori pazienti. La crescita è un’avventura quotidiana, nessun giorno è uguale e le esigenze di un bambino possono cambiare da un momento all’altro. La cosa più importante in questi casi è essere sempre uguali per loro, ugualmente accessibili, affettuosi, pazienti, preservare le stesse norme e gli stessi esempi da inculcare.
  • Un altro consiglio che ci lasciò Maria Montessori è la necessità di seminare nel bambino ideali di nobiltà fin dalla tenera età, anche se egli non li comprenderà. Arriverà il giorno in cui questi semi daranno i loro frutti.