Le famiglie tossiche che causano sofferenza

· 21 settembre 2016

Sono molti gli psicologi che hanno fatto particolare attenzione alle relazioni che esistono all’interno delle famiglie, per poter spiegare la psicopatologia che colpisce alcuni dei loro membri. In realtà, tutta la psicologia, con le sue diverse correnti, si interessa a questo tema e lo prende sempre in considerazione come il fattore scatenante di molti disturbi mentali.

Famiglie unite, famiglie divise, genitori più democratici e genitori più autoritari, complicità tra le generazioni, relazioni che incoraggiano il doppio vincolo familiare, genitori iperprotettivi, abbandono, negligenza, ecc. Sono molti i fenomeni studiati che collegano alcune malattie mentali all’ambiente e alle relazioni familiari.

Perché è tanto difficile affrontare questo argomento?

Se c’è un aspetto particolarmente difficile in questo tema, riguarda il giusto modo in cui affrontarlo, spiegarlo e trattarlo, soprattutto quando, in alcune società, alcune idee sono considerate verità assolute che, purtroppo, non sempre si compiono. Il sangue rende parenti, ma non significa molto di più. Viene dato per scontato, come fanno anche alcune frasi del tipo “non c’è niente come la famiglia”, “la famiglia non vuole mai fare del male” o “tra parenti bisogna perdonare qualsiasi cosa”.

Tutto ciò è fonte di grande dolore, senso di colpa e confusione per le persone che pensano che i loro parenti non abbiano saputo rispondere a quella “incondizionalità” che, secondo la società, dovrebbero rappresentare, che sono state vittime di maltrattamenti fisici o psicologici o che credono che il modo in cui sono state cresciute abbia impedito il loro pieno sviluppo e la loro indipendenza emotiva.

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Ci sono famiglie che hanno fatto del male in modo intenzionale e altre che lo hanno fatto senza saperlo, dando l’amore, i consigli e l’educazione che ritenevano giusti e necessari, ma senza curarsi del fatto che i loro figli non desideravano il futuro che avevano immaginato per loro.

Con questo articolo, non vogliamo certo segnalare chi ha cresciuto bene i propri figli e chi no, ma tenteremo di dimostrare alcuni miti per spiegare la realtà, ovvero che ci sono famiglie che guariscono e famiglie che fanno ammalare.

Ruoli assegnati ed etichette che segnano

Dalla frase “è un bambino vivace” alla frase “ha un carattere difficile”, esiste una catena impercettibile di piccole frasi che, dette e ripetute all’interno del nucleo familiare, possono colpire duramente chi le ascolta. In fondo, è un modo di dare un’identità a ognuno dei propri figli, di risparmiarsi delle spiegazioni o, in alcuni casi, di nascondere le proprie carenze come genitori che crescono un bambino.

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Etichettare un bambino è un modo di immortalare il suo comportamento. Ciò che ascolta dagli altri gli fa credere di avere un comportamento “incorreggibile”, intrinseco al suo essere. Queste etichette vengono trasmesse dai genitori, dai professori e dai conoscenti, penetrando l’ambiente diretto che circonda il bambino.

Come dicevamo, le etichette imposte ai figli non si limitano all’ambiente interno della famiglia, ma raggiungono anche i professori e i conoscenti del bambino. Quando il bambino stesso vuole cambiare il proprio comportamento, si trova di fronte un muro di diffidenza.

Amore frainteso

Quante volte abbiamo sentito ripetere la frase “come ti vuole bene la tua famiglia, non ti vuole bene nessuno”? Questa frase ferisce i sentimenti di molte persone che non hanno avuto una vita facile nella loro famiglia, rendendo difficile l’identificazione e persino la denuncia di alcuni comportamenti abusivi. Non possiamo nemmeno dimenticare che questo maltrattamento può andare in entrambe le direzioni, dalle generazioni più anziane a quelle più giovani o da quelle più giovani a quelle più anziane.

Che qualcuno abbia “il vostro stesso sangue”, non significa che non possa ferirvi con il suo comportamento. La parentela è una questione biologica, genetica, ma un buon legame è affettuoso, comunicativo e soggetto alla variabilità degli individui, che ha poco a che fare con l’eredità genetica.

I geni stabiliscono un legame ereditario che non deve per forza essere accompagnato da un legame affettivo soddisfacente. Queste massime adottate dalla società rendono molto difficile individuare le nostre necessità e i nostri veri interessi come individui.

L’iperprotezione che soffoca e impone limiti

Non basta amare senza limiti, perché persino in amore è necessario fare uso della virtù dell’equilibrio. Nelle prime fasi dello sviluppo del neonato è possibile osservare il suo bisogno di esplorare l’ambiente che lo circonda, avendo una figura rilevante di riferimento, un fatto dimostrato dagli psicologi John Bowlby e Mary Ainsworth.

Gli studi sulle scimmie condotti da Harry Harlow mettono in evidenza che l’affetto e l’amore che il neonato prova nei confronti della madre è fondamentale per sviluppare un legame sicuro che gli permetta di esplorare il mondo in modo indipendente. Nonostante ciò, questo attaccamento non deve essere confuso con l’iperprotezione.

Vegliare sulla sicurezza di un bambino non deve interferire con la sua assoluta libertà di esplorare l’ambiente che lo circonda. Queste prime esperienze di interazione con il mondo determineranno la sua forza e la sua sicurezza nell’affrontare le sfide che il futuro gli riserverà

Le aspirazioni incomplete proiettate sui figli

Il fatto che la maggior parte delle persone scelga di avere figli e che svolgano il loro ruolo di genitori con naturalezza, non significa che, da decisione, debba trasformarsi in un obbligo. La pianificazione familiare e l’incorporazione di massa delle donne al mondo del lavoro hanno ridotto il numero di figli per coppia e hanno portato alcune coppie a difendere pubblicamente la scelta che hanno fatto: quella di non avere alcun figlio.

Poiché si tratta ormai di un’opzione e non più di un obbligo, come accadeva invece in passato, ci ritroviamo in uno scenario più complesso e che richiede una responsabilità e un’onestà maggiori: i figli non devono essere l’ultima risorsa per la coppia, non sono un modo di validazione personale e non devono sopportare il peso della frustrazione dei genitori.

Desiderare per i propri figli un’infanzia migliore di quella vissuta, forse piena di carenze emotive o difficoltà economiche, fa molto onore. Tuttavia, se desiderate proiettare su vostro figlio tutto ciò che non avete potuto o non avete avuto il coraggio di fare, vi state sbagliando.

Imporre ai nostri figli mete a seconda di ciò che hanno ottenuto o meno, paragonare e fare pressione sulla scelta di una certa strada significa minare la loro individualità. Il nostro ruolo in quanto persone che li amano è quello di aiutarli a trovare il loro cammino ed incoraggiarli ad ottenere gli strumenti migliori per poterlo percorrere.

Dobbiamo sempre ricordare che i figli non sono una nostra proprietà, la loro unica padrona è la vita, una volte che viene loro donata