Suicidio: il dolore di chi continua a vivere

· 19 luglio 2017

Il suicidio è un argomento di cui i media non parlano, ma che la società cerca di combattere, sempre in maniera silenziosa, tutti i giorni. È uno dei tabù per eccellenza, in parte a causa dei sentimenti che si provano quando capita una disgrazia simile. Che una persona a noi cara decida di togliersi la vita è qualcosa che, molto spesso, non capiamo, anche se ci ripensiamo di continuo.

La nostra mente si riempie di momenti in cui analizziamo l’accaduto ponendoci milioni di domande, di dubbi e di alternative possibili per impedire che si verificasse un fatto simile. Accettare che una persona che si amava abbia deciso di dire basta è davvero difficile per la mente umana.         

Lo shock che ci colpisce può durare giorni. L’incredulità si fa spazio in questa scena macabra e ci accompagna a lungo. Compare anche la negazione. “Non voleva andarsene, dev’essere successo qualcosa, perché non voleva andarsene. Non è possible, mi rifiuto di crederci. Non voleva abbandonare così i suoi genitori”.

Il suicidio causa un senso di colpa limitante

Cercheremo qualsiasi spiegazione possibile, ma non penseremo che la persona che amavamo ha voluto togliersi la vita di sua spontanea volontà. Non avrebbe potuto prendere quella decisione coscientemente, sapendo le conseguenze che comportava. Se lo facessimo, ci sentiremmo invadere dalla sensazione di non essere stati una ragione abbastanza influente per equilibrare la bilancia verso l’altro lato, quello della vita. Allora proveremmo rabbia, perché ci sentiremmo traditi e trattati in modo ingiusto: ci sentiremo in colpa per non aver fatto di più, per non aver avuto un’influenza maggiore.

Non siete responsabili della scelta di chi non c’è più. Non ne avete causato la fine. Non siete responsabili del suo suicidio. Sono queste le parole che ha bisogno di ascoltare chi è rimasto in vita. Inoltre, queste persone hanno bisogno di aggiungerle nella storia di quanto accaduto, di verbalizzarle.

Il senso di colpa ha spesso a che fare con il non aver riconosciuto prima i segnali premonitori, con il non avere potuto evitare la perdita di quella persona cara. “Come ho potuto non rendermene conto prima? Sarebbe stato tutto facile se ci fossi stato per lei/lui. Quel giorno, a quell’ora.” Assumiamo una posizione che non è reale. Tristemente, non avremmo potuto fare niente. Chi sente il bisogno di togliersi la vita non sopporta più l’angoscia di vivere, e cercherà in ogni modo di andarsene, in qualsiasi momento… In qualsiasi modo.

La rabbia e la ruminazione mentale sono comuni in chi continua a vivere

Questa è la difficile situazione da accettare. Senza incolparsi. Senza sentirsi responsabili della perdita. È un lavoro interiore che dev’essere realizzato fin da quando si verifica questa drammatica situazione, che dev’essere preso sul serio. Perché i sensi di colpa irrazionali ed irreali possono prolungare e rendere più difficile il dolore che bisogna affrontare.

La rabbia verso chi si è suicidato è altrettanto comune. “Come ha potuto lasciarmi qui? Non ha pensato a me neppure per un istante prima di andarsene?” Una specie di odio riempie il vuoto che proviamo. La rabbia causata dalla mancanza di una spiegazione è uno dei sentimenti più difficili da digerire. Non possiamo ricondurla a nessuno, perché non esiste un vero colpevole.

La ruminazione mentale ci accompagna inseparabilmente da quando abbiamo vissuto questa esperienza. Quanto è durata la sua agonia? Forse si è pentito/a? Avrà sofferto? E poi l’eterno PERCHÉ. È una specie di caso irrisolto che non può essere chiuso facilmente. È necessario lavorarci molto per poterlo vivere con un po’ più di pace.

La paura che un altra persona cara commetta lo stesso gesto paralizza la nostra vita

Compare, inoltre, la paura… La paura che un’altra persona a noi cara faccia lo stesso. Paura che il senso di colpa provato sia così insopportabili da rappresentare l’unica via di uscita possibile. Questa paura finisce per impossessarsi della vita di molte persone che cercano di prevedere qualsiasi ombra di sofferenza per evitare che sfoci in una disgrazia.

E per concludere… lo stigma. Il segno che molte famiglie si devono portare dietro. La vergogna che provano rispetto all’ambiente circostante per non aver potuto evitare quella disgrazia. Il silenzio che nasce. Il tabù immenso che portano con sé queste morti violente.

Tutti questi sono sentimenti naturali e umani che devono essere analizzati e valutati. È naturale provarli, ma bisogna rivederli, per abbandonare i sensi di colpa irrazionali e la vergogna, che non dovrebbero comparire, per poter porre fine a quel silenzio che divora l’animo. Un animo che ha bisogno di parlare, di esprimersi e di sentirsi accompagnato.

Noi de La mente è Meravigliosa offriamo tutto il nostro appoggio alle persone alle quali, purtroppo, il suicidio è una realtà familiare.