Terrorismo: come trovano i terroristi gente che si unisca a loro?

· 26 novembre 2017

Purtroppo, nei telegiornali e nella stampa, le notizie sul terrorismo sono molto più frequenti di quanto vorremmo. Di fatto, proprio per la ripetizione e l’esposizione continua, siamo arrivati a un preoccupante punto di desensibilizzazione. Ciò che era raro è diventato consueto e il consueto appare sempre meno grave.

La combinazione di poca informazione e immagini d’impatto è diventata un’abitudine. Le conseguenze: disinformazione e declino dell’interesse. Tuttavia, il terrorismo non è un fenomeno che le forze dell’ordine e i dirigenti dei grandi paesi possono combattere da soli. Il terrorismo è una battaglia quotidiana che comincia con la sensibilità verso i nostri vicini.

Errori sul terrorismo a cui ci inducono

Il terrorismo è un fenomeno che, in linea generale e alla sua origine, a molti può apparire lontano dall’occidente. Sebbene vi siano persone che lo hanno vissuto da vicino, molte altre, che ogni giorno passeggiano per le strade occidentali, non avrebbero mai pensato che potesse toccarle da vicino, che potesse minacciarle, fare loro paura, oltre a fargli provare compassione per le “vittime lontane”.

Questa ipotetica lontananza, insieme alla disinformazione delle notizie, trasforma il terrorismo in un fenomeno di emarginati, poveri e immigrati.
Bambino che guarda fuori da un buco

Ma, è reale? Se prendiamo come esempio l’Europa, molti dei terroristi non sono poveri, né emarginati dalla società, tanto meno immigrati. Si tratta prettamente di persone di ceto sociale medio, apparentemente ben integrate e con la nazionalità del paese nel quale risiedono e compiono l’attentato. Questo può generare paura: un terrorista non è molto diverso da noi se lo analizziamo dall’esterno.

Quest’affermazione solleva un’importante questione: come fanno i terroristi a coinvolgere queste persone? La risposta riguarda l’intercettazione e il reclutamento. Sebbene di solito le notizie che ci arrivano descrivano delle persone che pianificano ed eseguono attentati per conto loro, la verità è che ve ne sono altre che le manipolano.

Un brutto periodo

All’inizio questi “reclutatori” selezionano le persone che sembrano più adatte. Questi “prescelti” di solito stanno attraversando un brutto periodo, che può spaziare dalla prigione all’arrivo in un nuovo paese dopo aver rotto col partner o patire lo stress di non soddisfare le aspettative della famiglia. In ogni caso, parliamo di una persona di solito integrata, ma che, nel momento in cui si verifica il reclutamento, è in qualche modo isolata e dà la colpa al paese o agli altri delle circostanze in cui si trova.

In sostanza, i reclutatori cercano persone vulnerabili che provino un risentimento per le condizioni alle quali, in quel momento, la loro vita deve sottostare.
I reclutatori si avvicinano a questi soggetti deboli e manipolabili e li sostengono durante la fase iniziale. In un primo  momento scaveranno ancora di più il loro dolore. Le persone che attraversano un brutto periodo hanno generalmente un basso controllo della propria vita. Gli eventi stressanti si succedono senza che possano far niente per evitarli e, quindi, la sensazione di mancanza di controllo aumenta. I reclutatori potenzieranno questa sensazione per proporre, infine, ciò che loro presentano come l’unica via d’uscita.
Recinzione

Sentirsi emarginato, insieme al basso controllo della propria vita, condizionano il sistema immunitario fisico, ma anche quello psicologico. Le difese su tutti e due i livelli saranno basse, dunque la sensazione di pericolo e angoscia saranno sempre più grandi. La persona si sentirà debole e indifesa.

Questa situazione è nota come avversione. Se una persona ristagna in una situazione avversa per un lungo periodo di tempo, finirà per soffrire disturbi di tipo fisico, cognitivo ed emotivo. Questo quadro la rende più suggestionabile e si fiderà più facilmente dei reclutatori.

Cambio di identità

In queste condizioni è normale che la persona perda la sicurezza in se stessa, poiché percepisce di non avere il controllo della situazione. La seconda conseguenza è la perdita dell’identità personale. Parliamo di una persona che perde il contatto con la realtà e si isola a livello sociale. È una persona a cui manca la motivazione nel raggiungimento dei suoi obiettivi personali e, quindi, facile da persuadere.

Mentre si succedono questi processi, la persona proverà anche delle emozioni negative “molto energiche” o dinamiche, come l’odio, l’ira, il dubbio e l’avversione. Ma anche emozioni negative di rilassamento come l’umiliazione, la paura e la frustrazione.

Persona che si libera dalle manette

Parallelamente a questi processi, i reclutatori danno un motivo per il quale vivere. Offrono a queste persone un’identità come membri di un gruppo. Gli offrono prestigio e sostegno sociale. Gli daranno delle regole semplici e rigide per vivere. Allo stesso tempo, il soggetto maturerà un’ideologia che giustificherà la violenza contro chi lo emargina.

L’intercettazione dei futuri terroristi

Il panorama che abbiamo davanti è caratterizzato da una persona passiva, con un atteggiamento negativo, non focalizzata sul compito, frustrata e, dunque, irritabile e aggressiva. La conseguenza è che può cominciare a pensare in modo compulsivo che i suoi mali siano causati dal contesto sociale che la circonda e dalle persone che ne fanno parte. I reclutatori possono trarre ottimi vantaggi da questa situazione, a favore della loro missione.

I reclutatori e i rilevatori approfittano di un brutto momento che chiunque può attraversare. Sfruttano questa situazione per lasciare la persona senza risorse psicologiche né sociali. Quando non ha più modo di difendersi, le offrono una via d’uscita da tale situazione. Le offrono la possibilità di vendicarsi contro coloro che l’hanno emarginata, di ricominciare da capo, le perdonano tutti i suoi errori. Per questo, la prevenzione comincia dal contesto più vicino. Come si è visto, contare sul sostegno sociale e su adeguate risorse psicologiche può evitare il male maggiore.