“Ieri mi hanno uccisa”: lettera in memoria delle viaggiatrici argentine uccise in Ecuador

· 15 settembre 2016

Lo scorso fine Febbraio, i social network di tutto il mondo, ma soprattutto in Sud America, si sono impegnati al massimo per cercare e trovare due giovani viaggiatrici argentine, scomparse durante un viaggio con lo zaino in spalla in uno splendido paese: l’Ecuador.

Secondo la versione ufficiale, questa triste storia è poi stata risolta in un solo giorno e proprio grazie ad internet. Marina Menegazzo e María José Coni sono state brutalmente assassinate da due malviventi. Le loro famiglie e i loro amici si domandano ancora qual è stato il motivo che le ha spinte ad alloggiare in un’abitazione poco sicura sulla costa ecuadoriana la notte del 22 febbraio 2016.

Alberto Mina Ponce e Aurelio Eduardo Rodríguez sono i nomi dei due assassini. Le due ragazze non volevano essere toccate, non volevano essere violentate e i due omicidi hanno messo fine alle loro vite. Non hanno rispettato la loro decisione, non hanno rispettato la loro integrità, non hanno rispettato le loro vite. Adesso, il mondo intero detesta entrambi, un odio che perseguiterà i due per il resto della loro vita.

Nonostante ciò, come abbiamo già detto, le reti sociali, prese dallo sdegno e dallo sconforto, hanno iniziato a porsi domande inspiegabili come: perché viaggiavano da sole? Che cosa indossavano? Perché sono andate in quella casa con quei due uomini? Che si aspettavano?

donne argentine assassinate

Noi rispondiamo: da sole? E con chi altro avrebbero dovuto viaggiare? Perché non da sole? Che importa che cosa indossavano? Sono forse loro le colpevoli del loro omicidio? Perché la gente si fa queste domande in momenti simili? Perché, cosa? Le domande giuste da farsi sono che cosa faranno con quei due assassini e come possiamo liberarci del virus che contagia questa società malata.

La triste lettera commovente che è stata scritta per le viaggiatrici

Non l’hanno scritto loro, ma questa lettera parla con le loro voci. L’autrice di questa lettera pubblica è Gudalupe Acosta e con il suo pensiero cerca di invogliare il mondo a mettersi nei panni delle due ragazze e ad alzare la voce contro il maschilismo, la violenza di genere e l’ingiustizia di quelle domande che sorgono sugli omicidi.

Ieri mi hanno uccisa.

Mi sono rifiutata di farmi toccare e con un bastone mi hanno spaccato il cranio. Mi hanno accoltellata lasciandomi morire dissanguata.

Come fossi spazzatura, mi hanno messa in un sacco di plastica nero, mi hanno avvolta con il nastro adesivo e mi hanno gettata sulla spiaggia, dove dopo qualche ora mi hanno ritrovata.

Ma peggio della morte è stata l’umiliazione che è venuta dopo.

Dal momento in cui è stato trovato il mio corpo, nessuno si è chiesto dove fosse finito il bastardo che aveva ucciso i miei sogni, le mie speranze, la mia vita.

No, invece hanno iniziato a farmi delle domande inutili. A me, riuscite a crederci? A una morta, che non può parlare, che non può difendersi.

Che vestiti indossavi?

Perché eri da sola?

Come fa una donna a viaggiare senza nessuno?

Sei entrata in un quartiere pericoloso, che ti aspettavi?

viaggiatrici argentine

Hanno criticato i miei genitori, perché mi hanno dato le ali, perché mi hanno insegnato ad essere indipendente, come qualunque altro essere umano. Hanno detto loro che di sicuro avevamo fatto uso di droghe e ce lo siamo andate a cercare, che qualcosa dobbiamo aver fatto, che dovevano tenerci più sotto controllo.

E solo da morta mi sono resa conto che no, che per il mondo non sono uguale a un uomo. Che la mia morte, in fondo, è colpa mia, che lo sarà sempre. Se, invece, i titoli dei giornali avessero riportato che a morire erano stati due ragazzi, le persone avrebbero parlato del dolore per quelle morti e poi, con il loro falso e ipocrita discorso dalla doppia morale, avrebbero chiesto la massima pena per i loro assassini.

Eppure, essendo donne, tutto viene ridimensionato. Diventa meno grave, perché certo, me lo sono cercato. Mi hanno dato ciò che mi meritavo perché ho fatto ciò che volevo io, perché non mi sono fatta sottomettere, perché non ho voluto restare a casa, perché ho investito i miei soldi nei miei sogni. Per questo e per molto altro, mi hanno condannata.

E mi sono afflitta, perché io ormai non ci sono più. Ma tu sì, tu ci sei ancora. E sei una donna. E devi sopportare, che continuino a ripetere il solito discorso del “farsi rispettare”, che è colpa tua se per strada ti urlano che vogliono toccarti/leccarti/succhiarti uno qualsiasi dei tuoi genitali perché indossi dei pantaloncini quando fanno 40°C, che se viaggi da sola dei una “matta” e che, di sicuro, se ti succede qualcosa, se calpestano i tuoi diritti, te lo sei cercato.

Ti chiedo, per me e per tutte le donne che hanno messo a tacere, alle quali hanno tolto la parola, alle quali hanno distrutto la vita e i sogni, di far sentire la tua voce. Lotteremo, io accanto a te, nello spirito, e ti prometto che un giorno saremo così tante da non esserci abbastanza sacchi per metterci tutte a tacere.