Un nuovo modo di relazionarsi alle emozioni

7 maggio 2015 in Psicologia 7 Condivisi

Negli ultimi anni, come prodotto delle ultime ricerche sulla condizione umani, sono emerse le cosiddette terapie contestuali o terapia di 3ª generazione: Terapia d’accettazione ed impegno (ACT), Mindfulness, Attivazione comportamentale, Psicoterapia Analitica-funzionale (FAP) e la Terapia dialettica comportamentale (DBT).

Queste nuove terapie si stanno dimostrando molto efficaci nel trattamento di problemi emotivi e comportamentali. Tra esse risalta soprattutto la Terapia d’accettazione ed impegno, anche conosciuta come ACT (Acceptance and Commitment Therapy). ACT è una terapia basata sull’evidenza empirica (riconosciuta dalla Divisione 122 della American Psychological Association) che si applica ad un’ampia gamma di problemi psicologici. Si sviluppa a partire dalle sul linguaggio e sulla cognizione umana, più nello specifico a partire dalla Relational Frame Theory (RFT).

Grazie alla ACT si capisce che la sofferenza ed il piacere fanno parte della condizione umana e che la radice della sofferenza si trova nel linguaggio. “Se non sei disposto ad averlo, cambialo”, questa regola è valida per la grande maggioranza delle situazioni in cui possiamo trovarci. Per esempio, si può cambiare il colore delle pareti, la città in cui si vive, la propria automobile, etc. Tuttavia, esiste una piccola area della vita in cui questa regola non può essere applicata. Di fatto, nell’area dei pensieri e delle emozioni la regola da applicare è più “Se non sei disposto ad averlo, lo avrai”. Ad esempio, se ci chiedono il nome di un parente defunto, il nome sarà accompagnato da una serie di pensieri, ricordi e/o sentimenti. La ACT afferma che non è possibile cambiare questi eventi privati, ma la buona notizia è che possiamo cambiare la nostra reazione nei confronti di questi pensieri, ricordi e/o sentimenti. D’altra parte, nella cultura occidentale si fomenta a tutti i costi la fuga dal malessere: “non voglio stare male”; in questo modo la persona investe tutti i suoi sforzi nel tentativo di eliminare o ridurre il malessere. Tuttavia, nella maggior parte dei casi l’effetto non è quello desiderato, il malessere aumenta, diventa più presente e, inoltre, si abbandonoao si accantona tutto quello che è significativo o importante per una persona. Il problema psicologico, quindi, si radica in quello che la persona fa al fine di eliminare o ridurre il problema. I numeri parlano: ogni anno cresce la quantità di pazienti con problemi psicologici. Ad esempio, la depressione figura come la quarta malattia che causa maggiori costi al mondo a livello di cure, e si calcola che sarà la seconda nel 2020.L’obiettivo dell’intervento è quello di generare la flessibilità psicologica, ovvero in presenza del malessere comportarsi in modo coraggioso. Si tratta di costruire un nuovo repertorio di atteggiamenti diretti a migliorare la vita della persona. La persona impara a relazionarsi in modo diverso con il proprio malessere (depressione, ansia, “non ce la faccio”, impulso a bere, ricordi traumatici, paura del rifiuto, ira, senso di colpa, etc), focalizzando la propria attenzione su azioni coraggiose. A volte potrà essere doloroso o fastidioso parlare del proprio malessere, ma lavorare con esso permetterà di avere una vita più soddisfacente e raggiungere i propri obiettivi.

Per riuscirci, la ACT offre numerosi esercizi esperienziali, metafore e paradossi. Le tecniche utilizzate devono essere utili, devono servine al fine dell’intervento.

Infine, la relazione terapeutica si basa sulla comprensione, sull’accettazione, sull’empatia ed il rispetto. La persona non si considera “rotta” o malata, è sempre il prodotto della propria storia personale. Sarà un lavoro di coppia e sarà il paziente a condurre la situazione.

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