Altruismo: cos'è? Esiste davvero?

Cos'è l'altruismo? Cosa si cela dietro molti comportamenti altruistici? In quali casi risulta più facile essere generosi con gli altri? Ne parliamo in questo articolo.
Altruismo: cos'è? Esiste davvero?

Ultimo aggiornamento: 27 maggio, 2021

L’altruismo è uno dei valori più importanti che regolano l’interazione sociale. Si ritiene sia strettamente legato alla solidarietà e all’aiuto rivolto agli altri. Da bambini, di fatto, la sopravvivenza è condizionata dall’altruismo dei genitori.

Contrariamente a quanto affermano le credenze popolari, l’altruismo non è del tutto privo di ragioni o motivazioni. Non è un’emanazione della pura e assoluta bontà dell’essere umano.

Sono tanti gli studi e le ricerche psicologiche condotte con il fine di chiarire esattamente l’altruismo, a cosa si devono le condotte apparentemente altruiste e disinteressate e in quali condizioni emergono.

Mano aperta.

Altruismo o comportamento di aiuto

In psicologia si usano i due termini “altruismo” e “comportamento d’aiuto”. Il secondo è stato coniato da un gruppo di ricerca che concentra i suoi studi sui comportamenti oggettivamente d’aiuto a terzi, a prescindere dai motivi per cui la si desidera aiutare.

Molti gesti in apparenza generosi e caritatevoli, non sono altro che il risultato di comportamenti dettati dal panico o dall’euforia. Tali emozioni spingono l’individuo a compiere azioni che poco hanno a che fare con un atto puramente altruistico, nonostante l’altra persona ne tragga beneficia.

Ne consegue che, sebbene ogni comportamento altruistico sia anche un comportamento di aiuto, non tutti i comportamenti di aiuto sono necessariamente altruistici.

Empatia e altruismo

Il dibattito sull’esistenza della motivazione altruistica nasce, in un certo qual modo, dall’emozione che riteniamo debba accompagnare l’altruismo. L’altruismo potrebbe essere associato all’emozione che lo causa. E tale emozione, come ha stabilito Martin Hoffman (1975), potrebbe essere l’empatia.

Lo stesso autore definisce l’empatia come una risposta affettiva appropriata alla situazione di un’altra persona diversa da noi. Tale risposta affettiva potrebbe successivamente essere tradotta in un comportamento di aiuto.

Hafield, Cacioppo e Rapson (1993) parlano del contagio emotivo e di come sia una componente fondamentale dei processi empatici e dell’altruismo. Il contagio emotivo possiede due meccanismi di base:

  • Regolatori nell’interazione non verbale: le nostre interazioni tendono alla sincronizzazione e imitazione inconscia della voce, dei movimenti, delle posture e delle espressioni dei nostri interlocutori.
  • Feedback facciale: le diverse espressioni possono provocare delle variazioni nell’esperienza emotiva. È un argomento studiato da lungo tempo, e la seguente frase illustra perfettamente l’enigma delle nostre emozioni: piangiamo perché siamo tristi o siamo tristi perché piangiamo?

Quando ci relazioniamo con qualcuno che sta male, molto probabilmente la nostra espressione facciale si adatta al suo stato d’animo, ovvero avviene una sincronizzazione. Si produrrà, in tal senso, un feedback facciale, per cui il nostro stato emotivo adotterà quello più congruente con quello dell’interlocutore.

Altruismo intrinseco: l’ipotesi della compassione

Batson (1979) fa coincidere l’altruismo con la compassione, e sostiene che l’atto altruistico proceda per diverse fasi. L’autore afferma che la motivazione altruistica sia fine a se stessa e non offra alcun beneficio.

Quando il soggetto prova una motivazione altruistica, ha luogo un calcolo edonico, il quale tende a valutare le conseguenze dell’azione. Ma ciò avviene sempre dopo aver avvertito tale motivazione pro-sociale.

Per Batson, l’altruismo – che lui chiama compassione- è intrinseco, in quanto il comportamento di aiuto è di per sé soddisfacente: cerca solo l’interesse altrui.

Altruismo estrinseco: aiutare con benefici accessori

Altri autori, tuttavia, sostengono che l’altruismo sia estrinseco, ovvero non soddisfacente di per sé. La soddisfazione non proverrebbe esclusivamente dall’aver aiutato l’altro, quanto dal produrre benefici accessori o dall’evitare alcuni costi. Tale considerazione verrebbe effettuata senza la necessità di provare prima compassione.

Teoria della ricerca dei rinforzi

Cialdini, Baumann e Kenrick (1981) sostengono che la motivazione altruistica non sia altro che una forma di motivazione egoistica, anche se celata.

Attraverso essa, non si perseguirebbero benefici materiali -dato che questo sarebbe esplicitamente un comportamento egoista e non ci sarebbero dubbi al riguardo-. Tuttavia, attraverso l’atto altruista, verrebbero ricercati determinati rinforzi simbolici.

Tra essi ci sono il prestigio, una migliore immagine di sé, o la soddisfazione personale di soddisfare i propri valori. Il fatto di non prestare aiuto, a sua volta, può anche portare a punizioni simboliche, come la disapprovazione sociale o il rimorso.

In tal senso, quando si aiuta qualcuno per evitare di sentirsi in colpa in seguito, o quando si prova soddisfazione nell’aiutare qualcuno perché ciò adempie ai propri valori morali, non si tratterebbe di altruismo intrinseco. Di fatto, è più simile alla motivazione della realizzazione che a quel tipo di altruismo.

Teoria dello stress vicario

Piliavin, Dovidio e Gartner (1991) sostengono che il comportamento di aiuto sia destinato ad alleviare la propria sofferenza, e non quella dell’altro. Ciò significa che si intende alleviare il proprio disagio emotivo attraverso l’atto altruistico.

All’osservare il bisogno nell’altro, si produce un processo empatico di tipo avversivo, in quanto vediamo l’altro soffrire. Nascono, pertanto, delle forti emozioni negative verso lo stesso oggetto.

A volte è possibile evitare la situazione scappando, ma altre volte no. Ed è così, che decidiamo di prestare aiuto, per liberarci dal disagio.

Teoria dell’unicità

Infine, Cialdini e Neuberg (1997) studiano il comportamento di aiuto all’interno dei processi di unicità. Ci sono studi che dimostrano che l’identità di sé sia dinamica e malleabile, ovvero cambi nel corso della vita.

D’altro canto, la corrente evolutiva sostiene la somiglianza cognitiva e biologica tra gli esseri umani. Pertanto, non aiuteremmo gli altri in quanto altruisti, ma perché i limiti delle nostre identità si fonderebbero e confonderebbero con quelle degli altri; siamo esseri morfologicamente simili.

Sentiamo in modo simile e viviamo in modo simile. Ciò significherebbe che aiutiamo l’altro nella misura in cui lo confondiamo con noi stessi.

Mani con omini di carta.

È sbagliato aiutare per interesse personale?

A seconda delle circostanze, l’uno o l’altro tra i processi appena esposti avrà maggiore impatto sulla nostra condotta. La risposta alla domanda “l’altruismo esiste?”, dunque, non è univoca.

Non tutti i comportamenti di aiuto sono altruistici. Di fatto, sembrerebbe che solo in pochi riescano a superare il filtro della socializzazione, del calcolo edonico o della ricerca di rinforzo per poter essere definiti come comportamenti puramente altruisti.

In tal senso, non c’è niente di male nel fatto che un comportamento di aiuto ricerchi qualcosa in più dell’aiutare l’altro. Allo stesso modo, sebbene con un atto altruistico si possa cercare, ad esempio, di ottenere l’approvazione di un gruppo, in verità c’è sempre una terza persona, o addirittura un gruppo, a venire aiutato.

Perciò, senza cadere nell’idea innocente che l’altruismo intrinseco pervada tutti i comportamenti di aiuto, o almeno gran parte di essi, sarebbe poco saggio rifiutare l’aiuto di qualcuno perché risponde a un interesse personale. Quando si riceve aiuto, nella maggior parte dei casi la motivazione di fondo è del tutto indifferente.

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  • Casado, D. (1999): Imagen y realidad de la acción voluntaria. Barcelona: Hacer.
  • Trivers, Robert. (1978). “The Evolution of Reciprocal Altruism” Reimpreso en: Clutton-Block T.H & Paul H. (ed). Readings in Sociobiology. San Francisco, CA.: Freeman.