Assistenti familiari: un atto di amore non sempre riconosciuto

· 8 agosto 2016

Il lavoro di coloro che assistono le persone non autosufficienti non è solo uno dei più grandi atti d’amore a cui si possa pensare, è anche estremamente giusto. Perché, anche se alcune malattie sono incurabili, non esiste persona al mondo di cui non ci si possa prendere cura. Per questo motivo, quello degli assistenti familiari a tempo pieno è una delle attività più importanti nella nostra società, seppur al tempo stesso la meno riconosciuta dagli organismi sociali.

Ciascuno di noi vive o ha vissuto una dinamica familiare per cui le cure della persona non autosufficiente sono state affidate ad un assistente familiare (di solito donna) che si assume la maggior parte delle responsabilità. In poco tempo l’esistenza del badante diventa limitata a quel contesto privato, duro e circoscritto in cui non tarderanno ad affiorare sentimenti di angoscia, solitudine e di disconnessione con l’ambiente circostante.

Fare il badante implica essere in grado di offrire un’adeguata qualità di vita all’anziano o alla persona malata senza smettere di prendersi cura di se stessi. Perché tutta la dedizione e l’amore investito non devono mai portare al degrado delle proprie emozioni o alla sensazione di solitudine.

Al giorno d’oggi sono ancora molte le carenze nell’ambito del sostegno alle persone anziane e del riconoscimento sociale degli assistenti familiari. È bene sapere, inoltre, che il settore degli assistenti familiari non riguarda solo la cura di persone anziane o con demenza – si parla anche di persone con lesioni al midollo spinale, malati mentali, persone affette da paralisi cerebrali e l’enorme, ma invisibile, realtà delle persone affette da malattie rare.

Vi invitiamo a riflettere al riguardo.

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Gli assistenti familiari e il ruolo della donna

La cura delle persone malate, anziane o con un elevato grado di invalidità è tradizionalmente a carico delle donne di mezza età. Questo genere di cure è quasi sempre stato una “faccenda da donne” e l’aspetto peggiore è che fino a non molto tempo fa le donne che se ne occupavano non ricevevano assistenza, strumenti o alcun tipo di consulenza su come accudire gli altri o se stesse.

Per fortuna questi ruoli tradizionali stanno cambiando e anche se la “badante” media continua ad essere una donna, esistono ormai maggiori risorse per lo svolgimento dell’attività – centri diurni per anziani, case di risposo e centri di consulenza e formazione per l’adeguata preparazione al ruolo di assistente di persone non autosufficienti.

Tuttavia, è tutt’ora molto comune riscontrare i seguenti problemi di salute nelle persone che svolgono questo lavoro:

  • Maggiore tendenza a soffrire di depressione, ansia o alti livelli di stress.
  • Sensazione di frustrazione, di incapacità di fare le cose nel giusto modo o di assecondare tutte le necessità del malato.
  • Sensazione di solitudine.
  • Frequente senso di fatica.
  • Dolori muscolari.
  • Frequenti emicranie.
  • La percezione che le proprie condizioni di salute siano molto peggiori di quanto indicato dai referti medici.
  • Maggiore rischio di infezioni.
  • Ipertensione.
  • Diabete.
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Un atto d’amore, un atto di giustizia: come accudire gli altri in modo sano

Considerato il fatto che gran parte dell’assistenza a persone non autosufficienti ha luogo all’interno di un ambito familiare e che avviene per mano di un assistente familiare, colui che passerà la maggior parte del tempo con il malato, è bene porsi una semplice domanda: chi si prende cura dell’assistente?

I badanti dedicano la loro quotidianità all’amore per l’altro, talvolta, però, quando mancano le forze e affiora la solitudine, il motore che fa andare il loro cuore non è sufficiente…

È importante tenere a mente che la persona che accudisce può dover affrontare situazioni che, in molti casi, possono essere dannose per la sua salute fisica e psicologica. Tuttavia, a causa del suo amore sincero e della dedizione assoluta nel rapporto tra assistito e assistente, è comune che quest’ultimo si dimostri restio a prendersi un giorno di riposo, a condividere le responsabilità o a prendersi cura di se stesso. Tutti questi sintomi riassumono la cosiddetta “sindrome dell’assistente”.

Qui di seguito vi proponiamo alcune strategie che potranno tornare utili in questi casi.

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Prendersi cura di se stessi e degli altri

Non tutti nasciamo con la vocazione per assistere gli altri: è più probabile che sia la vita a costringerci a dedicarci a questa attività. Per questo motivo, la prima cosa da fare sarà richiedere consulenza ed un’adeguata formazione sulla malattia di cui soffre il nostro familiare, di quali cure ha bisogno e come somministrarle.

  • Il secondo passaggio consisterà nell’evitare l’isolamento sociale. Delegare funzioni e responsabilità ad altri familiari e professionisti è giusto, necessario e sano.
  • Bisognerà rafforzare per quanto possibile l’autonomia della persona malata. Andranno rafforzate abitudini quale la pulizia personale o l’alimentazione –tutti aspetti che si ripercuotono sull’autostima della persona non autosufficiente.
  • Fare attenzione alla propria postura. È risaputo che gli assistenti si trovano spesso obbligati a farsi carico del peso del familiare. È necessario dunque venire a conoscenza del modo più corretto di realizzare queste azioni.
  • Un’adeguata alimentazione e momenti di riposo. Seguire una dieta varia ed equilibrata, scongiurando eventuali carenze nutrizionali, è fondamentale. Allo stesso tempo è importante non lasciare da parte i propri hobby, le proprie passioni e i momenti di riposo quotidiani che consistano, per esempio, in semplici passeggiate di mezz’ora ogni giorno.
  • Abilità di comunicazione. In ultimo, ma non meno importante, è bene che l’assistente abbia la possibilità di dare libero sfogo alle proprie emozioni, soddisfacendo la sua necessità comunicativa ed esprimendo le proprie paure, angosce, ansie…
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I badanti “anonimi” che ogni giorno vivono nell’intimità della propria casa svolgono un lavoro di immensa importanza per la nostra società, ma che non sempre viene riconosciuto dalle istituzioni. Tuttavia, le famiglie ne sono consapevoli e apprezzano il loro lavoro, un’attività che arricchisce come persone e che insegna che prendersi cura degli altri significa amare e considerare l’altro come parte di se stessi.