Assenza di una persona cara: come reagisce il cervello?

28 novembre 2017 in Emozioni 2202 Condivisi
Donna triste alla assenza di una persona cara

L’assenza di una persona cara, a cui vogliamo molto bene, è fonte di sofferenza per tutti noi. Anche se amare e perdere ciò che amiamo è una costante nella vita, non ci rassegniamo mai del tutto a questa perdita. È come se, nonostante la consapevolezza che non tutto può durare per sempre, ci rifiutassimo di accettarlo. Si tratta di una specie di ribellione psicologica, visto che una ribellione reale purtroppo è impossibile.

Molte volte ci sembra di vivere una contraddizione tra testa e cuore. La testa ci dice che dobbiamo accettare quella mancanza, ma qualcosa dentro di noi si rifiuta di arrendersi del tutto e di accettare quella perdita.

Questo accade perché sia la presenza che l’assenza di una persona cara provocano delle reazioni in ambiti su cui abbiamo ben poco controllo. In amore, così come nel lutto, sono molti i processi fisiologici interessati. Si verificano delle alterazioni fisiche che vanno al di là della nostra comprensione e capacità di gestione. Questo è ciò che viene spiegato dalla cosiddetta “teoria del processo antagonista”.

Cervello

La teoria del processo antagonista

La teoria del processo antagonista è stata sviluppata da Solomon e Corbit nel 1974. Secondo quest’ipotesi, il nostro cervello tenderebbe a cercare l’equilibrio emotivo. E il percorso che sceglie per raggiungere questo obiettivo è la neutralizzazione delle emozioni. Per riuscirci, porta a termine la seguente operazione ricorrente: quando si verifica un’emozione intensa, che ci fa perdere la stabilità, la risposta del cervello consiste nel creare un’emozione opposta, detta anche “stimolo emozionale correttivo”.

Secondo questa teoria, questo stimolo di risposta all’inizio è debole, ma pian piano prende forza. A partire da questo principio si può spiegare in parte ciò che accade in un processo di dipendenza, per esempio quello che si verifica nel cervello dopo una perdita affettiva.

Quando l’emozione iniziale fa la sua comparsa, è molto forte. Non c’è niente che la limiti e per questo raggiunge il suo livello di massima intensità. È quello che succede, per esempio, nell’innamoramento. Tuttavia, a poco a poco inizia a emergere lo stimolo opposto. Anche se all’inizio è quasi impercettibile, la sua intensità aumenta, per neutralizzare l’emozione iniziale.

Donna legata a nuvole

Il processo antagonista e l’assenza di una persona cara

A livello cerebrale, la perdita di una persona cara ha degli effetti simili a quelli della crisi d’astinenza che sperimenta chi soffre di dipendenza da qualche sostanza. In entrambi i casi c’è uno stimolo iniziale e uno stimolo correttivo.

Prendiamo come esempio l’assunzione di alcol. Quando lo beviamo, nel nostro corpo si verificano una serie di reazioni euforiche. Perdiamo le inibizioni e siamo come “anestetizzati” di fronte a qualsiasi stimolo eterno. Il giorno dopo, accade il contrario. Spesso ci sentiamo depressi, insicuri, e c’è chi vuole tornare allo stimolo iniziale continuando a bere.

Nel caso degli affetti, lo stimolo iniziale è l’affetto stesso. C’è un attaccamento, un bisogno di quella persona. Siamo felici di vederla. Soprattutto nelle coppie, lo stimolo emozionale iniziale è molto forte. Allo stesso tempo, però, fa la sua comparsa lo stimolo opposto. E per questo, con il tempo, l’intensità degli inizi perde terreno, a favore di una certa “neutralità” dei sentimenti.

Tuttavia, quando si verifica una mancanza, che sia perché quella persona si allontana volontariamente o perché muore, dentro di noi avviene uno squilibrio. Lo stimolo iniziale sparisce e rimane soltanto lo stimolo correttivo che, a sua volta, si intensifica. Tutto ciò provoca in noi sensazioni molto sgradevoli: tristezza, irritabilità e tutte le emozioni coinvolte nel lutto.

Mano con farfalle

Una questione chimica

Non dobbiamo dimenticare che le emozioni hanno anche una componente organica. Questo significa che a ogni emozione corrisponde un processo fisiologico all’interno del corpo e dei cambiamenti chimici nel cervello. Quando amiamo qualcuno, non lo facciamo soltanto con l’anima, ma anche con gli elementi chimici della tavola periodica e con la loro manifestazione nell’organismo.

Per questo motivo, la assenza di una persona cara non genera solo un vuoto emozionale. Le persone che amiamo generano anche alti livelli di ossitocina, dopamina e serotonina. Quando non ci sono più, il corpo sperimenta uno squilibrio che, almeno all’inizio, non si può livellare. C’è bisogno di tempo perché possa verificarsi un nuovo processo antagonista: di fronte a quell’intensa emozione negativa ci sarà un nuovo “stimolo correttivo” che riporterà l’equilibrio.

A che cosa ci serve sapere tutto questo? Semplicemente per capire che la assenza di una persona cara ha delle forti ripercussioni sia sulla mente che sul corpo; che è inevitabile che la perdita sia seguita da un processo di riequilibrio che richiederà del tempo. Molto spesso basta darci del tempo e permettere che tutti quei processi vengano portati a termine dal nostro organismo. Basta avere fiducia: siamo disegnati in modo da poter recuperare l’equilibrio.

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