Che cos’è la pigrizia e da dove viene?

· 4 giugno 2015

Chi non ha mai sperimentato questa sensazione? Vi sentite più stanchi del solito, e pensare a tutto ciò che dovete fare vi sembra solo troppo difficile o troppo noioso. Arriva all’improvviso e si traveste con mille nomi diversi: ozio, poltronaggine, fiacchezza, fannullaggine… Quando si tratta di trovare scuse, la pigrizia non è mai pigra.

La pigrizia è una sensazione così umana da essere diventata la protagonista di molti aneddoti. Si racconta che lo scienziato che scoprì il bacillo della tubercolosi, R. Koch, da bambino ricevette come castigo per essersi comportato male il compito di scrivere un saggio intitolato “Che cos’è la pigrizia?”. Koch si mise all’opera e in soli due minuti consegnò al professore il suo compito. Il professore, sorpreso, gli domandò: “Quanto hai scritto?”. E Koch rispose: “Tre pagine”. Il piccolo genio aveva scritto nella prima pagina “Questa”, nella seconda “è” e nella terza “pigrizia”.

Passando a punti di vista più scientifici (ma solo un po’), Peter Axt (specialista di scienze della salute della Fulda University of Applied Sciences, in Germania) e sua figlia hanno scritto un libro intitolato Elogio della pigrizia. La loro ipotesi è che tutti noi nasciamo con una quantità limitata di “energia vitale“. Se la esauriamo troppo velocemente, facendo esercizio o stressandoci, causeremo una morte prematura. Se invece non facciamo quasi nulla, possiamo allungare la durata dell’energia e vivere più a lungo. Gli autori illustrano le loro idee sull'”energia vitale”, osservando che gli animali selvaggi vivono più a lungo in cattività che in natura.

Nella fazione opposta troviamo un interessante sutdio co-diretto dallo scienziato Gregory Steinberg (Professore Associato del Dipartimento di Medicina della McMaster University, in Canada), in cui si ipotizza che la pigrizia abbia a che fare con la perdita di due geni. I ricercatori hanno lavorato con alcuni topi. Questi animali non avevano due dei geni che controllano l’attività della proteina AMPK. Questa proteina si attiva quando facciamo esercizio, e ha il compito di apportare nutrienti e ossigeno alle cellule muscolari. Lo studio ha dimostrato che i topi normali (che possedevano questi geni) correvano per diversi chilometri di loro spontanea volontà, mentre i topi a cui mancavano questi due geni correvano solo qualche metro. La mancanza di questi geni determinava che alcuni animali avessero un livello minore di mitocondri (la centrale energetica delle cellule) e che per questo i loro muscoli avessero maggiori difficoltà ad assorbire il glucosio durante l’esercizio.

Estendendo lo studio agli umani, possiamo dedurre che quando svolgiamo attività aerobica, i livelli di mitocondri nei muscoli aumentano notevolmente; se smettiamo di fare esercizio, per un certo periodo di tempo, invece, accade il contrario, e la concentrazione di questi componenti si riduce. I ricercatori sono quindi arrivati a questa conclusione: se riduciamo l’attività fisica, riduciamo anche i livelli di mitocondri nelle cellule, e quindi ci sembrerà sempre più faticoso fare esercizio. Questo significa che la pigrizia non fa altro che causare altra pigrizia.

Questi dati confermano ciò che molti sperimentano ogni giorno: quando smettiamo di fare qualcosa per pigrizia, ci sembra che la sensazione stessa di pigrizia aumenti e si estenda ad ambiti che prima non erano toccati. Inoltre, è coerente anche con l’idea che tutti noi seguiamo percorsi di “inerzia” o spirali: secondo questa teoria, quando si verifica un fatto o un’azione di una certa natura, aumentano le possibilità che si verifichi un altro fatto o azione della stessa natura.

Immagine per gentile concessione di Jenn Huls