Depressione esistenziale: segno di intelligenza?

La depressione esistenziale è tipica delle persone con grandi capacità. Colpisce spesso chi accusa il peso dell'ingiustizia, chi non trova un senso nella vita; chi si sente isolato perché vede o percepisce il mondo in maniera diversa dagli altri. 
Depressione esistenziale: segno di intelligenza?
Valeria Sabater

Scritto e verificato la psicologa Valeria Sabater.

Ultimo aggiornamento: 15 novembre, 2021

Che senso ha vivere? Perché tanta ingiustizia e disuguaglianza? Famiglia, lavoro, amici… non c’è altro nella vita, qualcosa di più importante? Queste domande potrebbero essere il preludio della depressione esistenziale, condizione che predilige le persone molto riflessive o dotate di grande intelligenza.

La depressione può assumere molte forme, è condizionata da infinite variabili; ogni persona la vive in modo personale e distintivo. Si parla genericamente di crisi esistenziale, ma bisogna ammettere che la realtà è un po’ più complessa. Una crisi può derivare da un’esperienza negativa oppure sorgere quando si entra in una nuova fase del ciclo vitale.

La depressione esistenziale fu descritta per la prima volta negli anni ’50 dallo psichiatra Heinz Häfner. Si tratta di un disturbo che, sebbene non descritto nel DSM-V (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali), si manifesta con particolare frequenza nelle persone talentuose.

Colpisce quelle personalità che sembrano non trovare un senso nella vita, che vanno troppo a fondo in questioni come la morte, la mancanza di libertà, le ingiustizie sociali, in quell’abisso in cui ci si sente soli e disconnessi dal resto del mondo.

In questo stato mentale, i pensieri ossessivi minano l’equilibrio fino a indebolire il tessuto emotivo della persona.

“Sei libero ed è per questo che ti sei perso.”

-Franz Kafka-

Uomo con depressione esistenziale.

Depressione esistenziale: cause e caratteristiche

Jean Paul-Sartre diceva che l’essere umano non sa quello che vuole, ma è comunque responsabile di quello che è. La filosofia esistenzialista è da sempre un valido aiuto per esplorare le dinamiche, le riflessioni, le matasse mentali di chi soffre di depressione esistenziale.

Kazimierz Dabrowski, psichiatra polacco che operava all’inizio del 900′ è stato un punto di riferimento nello studio dei disturbi che colpiscono le persone dotate di grandi capacità. Dabrowzki inseriva la “disintegrazione positiva” tra le cause di questa condizione.

La difficoltà di confrontarci con l’ambiente circostante

Dabrowski individuò cinque possibili fasi di sviluppo personale. Una buona parte della popolazione (tra il 60 e il 70%, secondo lo psichiatra), resta fermo nella fase iniziale chiamata “fase di integrazione primaria”.

In questa tappa ci limitiamo ad adattarci poco per volta allo “stampo” della società in cui viviamo. Ci auto-discipliniamo, per così dire, integriamo in noi i difetti della società, ci adattiamo a tutto il bello e il brutto offerto dal nostro ambiente.

La terza tappa, nella teoria di Dabrowski, fa riferimento alla cosiddetta disgregazione spontanea: l’uomo percepisce una profonda discrepanza tra i propri valori e quelli proposti dalla società. Lo sguardo di una persona riflessiva o con elevata intelligenza accusa il peso delle ingiustizie, della menzogna, del materialismo.

Se queste dimensioni influiscono profondamente la persona, inizia la quarta fase: la disintegrazione multilivello. A questo punto non si riesce a trovare un significato nella vita. Si diventa semplici osservatori che avvertono solo fallimento, mancanza di senso, un vuoto che prima o poi finisce per soffocare.

Uomo di spalle davanti al mare con depressione esistenziale.

Quattro fattori scatenanti della depressione esistenziale

Irvin David Yalom, docente di psichiatria alla Stanford University e psicoterapeuta, è un esperto in depressione esistenziale. Nel suo saggio Existential Psychotherapy presenta i quattro fattori che spesso portano a questa condizione:

  • Perdere una persona cara e riflettere sul significato della morte. Può essere certamente un fattore scatenante, ma da solo non è sufficiente a formulare una diagnosi di depressione esistenziale. Devono essere presenti anche altri elementi. Subire una perdita più o meno importante spesso porta la persona più acuta a sollevare dubbi e riflessioni sul significato della morte.
  • Privazione della libertà. È un altro elemento decisivo. In questa situazione spesso l’individuo si chiede perché l’essere umano non abbia più potere creativo, un maggiore impulso alla creazione e alla realizzazione. La società agisce come un veto, un’entità che controlla e tarpa le ali.
  • Mancanza di senso. Questa è la dimensione di cui parlava Viktor Frankl nel suo libro Alla ricerca di un significato nella vita. Quando l’essere umano non trova un senso, compare il vuoto, l’angoscia e la depressione.
  • Isolamento e solitudine. Sentirsi incompresi, vedere il mondo con occhi diversi dagli altri determina un senso di isolamento e grande vuoto.

Quale trattamento per la depressione esistenziale?

La terapia cognitivo-comportamentale è senza dubbio uno dei migliori approcci al problema. Ma è importante non perdere di vista le teorie di Kazimier Dabrowski.

L’ultima fase dello sviluppo umano è, secondo lo psichiatra polacco, l’integrazione positiva o secondaria. È quindi essenziale lavorare a questa fase che segue la disintegrazione multilivello.

  • Lavorare sull’autocoscienza: chiarire obiettivi, desideri, necessità, valori.
  • Definire e lavorare sul senso della vita. Fissare un obiettivo all’orizzonte e lavorare per raggiungerlo ci dà slancio, ci aiuta a trovare motivazione, incoraggiamento ed entusiasmo.
Donna sotto alberi con lucine.

L’ultimo consiglio, ma non meno importante, è una buona autoeducazione emotiva. Già all’inizio del 900′ Dabrowski aveva capito che una buona comprensione e gestione delle emozioni è il segreto per la realizzazione. Non solo garantisce benessere, ma ci aiuta a crescere.

Sarebbe bene riflettere su questo aspetto ed è altrettanto importante non esitare nel chiedere aiuto a un esperto nel caso in cui si viva un simile stato d’animo.


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  • Dabrowski, K. (1966). The Theory of Positive Disintegration. International Journal of Psychiatry, 2(2), 229-244.
  • Webb, J. T., Meckstroth, E. A. and Tolan, S. S. (1982). Guiding the Gifted Child: A Practical Source for Parents and Teachers. Scottsdale, AZ: Gifted Psychology Press, Inc. (formerly Ohio Psychology Press).
  • Yalom, I. D. (1980). Existential Psychotherapy. New York: Basic Books.

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