La grande differenza tra arrendersi e capire quando è sufficiente

· 23 giugno 2017

Ci sono storie, rapporti e vincoli che non danno più nulla. Sono come una corda che è stata tesa troppo, come un aquilone che vuole scappare e che non riusciamo più a reggere, come un treno che deve partire puntuale e che non possiamo fermare. Lasciar andare non è affatto un atto di codardia o di resa, perché sapere quando qualcosa è sufficiente, è un vero atto di coraggio.

Non siamo preparati ad allontanarci dalle persone per noi significative o per smettere di investire tempo ed energie in un progetto, in un’occupazione o una dinamica che non molto prima era importante per noi. Diciamo che “non siamo preparati” perché il nostro cervello è molto resistente al cambiamento, perché per quest’organo meraviglioso e sofisticato ogni rottura con la routine o con l’abitudine implica un salto nel vuoto che fa paura.

 “È sufficiente”!-gridò il cuore- E per una volta, lui ed il cervello erano d’accordo su qualcosa

Questa inclinazione cerebrale a restare sempre negli stessi spazi, nelle stesse occupazioni ed in compagnia delle stesse persone ci rende estremamente complicato varcare i limiti della nostra zona di comfort. Questo attaccamento quasi ossessivo a quello che ci è noto ci porta a dirci cose come “è meglio se resisto ancora un po’” o “aspetto ancora un po’ per vedere se le cose cambiano”.

Tuttavia, sappiamo perfettamente che determinati cambiamenti non si verificheranno mai e che a volte sopportare un po’ di più vuol dire aspettare troppo. Ci hanno educato alla classica ed ingiustificabile idea secondo cui “quello che non uccide ti rende più forte” e che chi abbandona qualcosa o qualcuno lo fa perché si arrende e perché la sua forza di volontà si piega.

Al di là del “problema”, si trova un’infelicità categorica e schiacciante, così fisica da, semplicemente, toglierci l’aria e la vita. Mettere da parte queste situazioni, almeno per un tempo, è senza dubbio un atto di coraggio e di salute. 

Non sempre è facile capire quando è sufficiente

Quando inciampiamo, cadiamo e ci feriamo, non esitiamo a curarci subito e a capire che è meglio evitare quella parte del marciapiede perché è pericolosa. Perché non facciamo lo stesso con i nostri rapporti e con ognuno di quegli ambiti che ci fanno provare dolore o sofferenza? Questa semplice domanda ha una risposta che racchiude complesse e delicate sfumature.

Per prima cosa, e per quanto ci dicano il contrario, nella vita non ci sono marciapiedi con buchi né percorsi pieni di pietre. Sappiamo che queste metafore sono trite e ritrite, ma il problema è che i pericoli, nella vita reale, non possono essere identificati con tanta precisione.

In secondo luogo, bisogna ricordare che siamo creature dalle molteplici necessità: di attaccamento, di adesione, di comunità, di divertimento, di sessualità, di amicizia, di lavoro…  Ecco il cambiamento: le persone sono dinamiche per natura, mutevoli.

Queste variabili ci fanno sentire di dover dare veri “salti nel vuoto” per provare, sperimentare e, persino, sopravvivere. A volte, dunque, offriamo persino seconde e terze opportunità alle persone meno adatte, perché il nostro cervello è pro-sociale e darà sempre maggiore valore alla connessione che alla distanza, al conosciuto rispetto all’ignoto.

Tutto questo ci aiuta a capire perché ci è così difficile vedere con chiarezza quando qualcosa ha superato il limite, quando i costi sono di gran lunga maggiori dei benefici e quando la mente agisce come un vero nemico sussurrandoci più volte di “non arrenderti, non lasciarti vincere”. Tuttavia, bisogna integrare nel cervello un’idea basilare ed essenziale: chi accantona qualcosa che è nocivo e che non offre felicità non si arrende, sopravvive.

Imparare a scoprire il proprio “punto dolce”

Trovare il nostro “punto dolce” è come trovare il nostro stesso equilibrio, la nostra omeostasi psicologica ed emozionale. Si tratterebbe di sapere in ogni momento cosa è meglio ed adeguato per noi stessi. Bisogna dire, però, che questa abilità non è relazionata con l’intuito, bensì con l’auto-apprendimento oggettivo e meticolosamente acquisito tramite l’esperienza, l’osservazione e tramite l’inferenza della propria vita grazie alle quali si impara dai propri errori e dai propri successi.

Il “punto dolce” è, inoltre, quello stato in cui tutto quello che otteniamo, facciamo e in cui investiamo tempo ed energie ci fa bene e ci soddisfa. Nel momento in cui compare l’ombra dello stress, dell’offuscamento, della paura, delle lacrime o lo sfinimento estremo, invece, ci saremo addentrati nel “punto amaro”: una zona poco sana dalla quale dobbiamo uscire il prima possibile.

Bisogna dire che questa semplice strategia può essere applicata in qualsiasi abito della nostra esistenza. Trovare questo “punto dolce” è un atto di saggezza ed uno strumento personale con cui ricordare che tutto in questa vita ha un limite e che se riteniamo che qualcosa sia sufficiente, non vuol dire arrendersi, bensì capire dove si trovano i nostri limiti. Parliamo dell’equatore che separa la felicità dall’infelicità, l’amarezza dalle opportunità.

Iniziamo ad attivare questo punto dolce nelle nostre giornate per godere di una migliore qualità di vita.