Effetto Werther: perché si contagia il suicidio

· 15 dicembre 2017

La mattina del 7 agosto 1962, il mondo si svegliava sconvolto. La notte precedente, la domestica della famosa attrice Marilyn Monroe aveva trovato il suo cadavere in bagno. I mezzi di comunicazione di massa non impiegarono molto a confermare che si trattasse di un suicidio. Nei mesi successivi, 303 giovani si tolsero la vita. L’effetto Werther tornava a illustrare le copertine dei giornali.

Negli anni ’90, molti anni dopo quel famoso caso, la società statunitense si ritrovava a sperimentare un fatt simile con la morte di Kurt Cobain. Ogni volta che un mezzo di comunicazione riportava il suicidio di un personaggio famoso, il paese veniva afflitto da un’epidemia di suicidi.

Che tipo di legame poteva esserci fra una figura del mondo dello spettacolo e una persona normale? Questi individui seguivano forse una specie di processo di imitazione o semplicemente si trattava di macabre casualità?

Cos’è l’effetto Werther?

L’effetto Werther è un termine coniato dal sociologo David Phillips nel 1974 per identificare l’effetto imitativo della condotta suicida. Il nome proviene dal romanzo epistolare “I dolori del giovane Werther“, dello scrittore tedesco Johann Wolfgang Goethe. In esso, il protagonista finisce per suicidarsi per amore.

Il suo successo fu tale che, poco dopo la sua pubblicazione, nel 1774, circa 40 giovani si tolsero la vita in un modo molto simile a quello che aveva utilizzato il protagonista. Questo strano e macabro fenomeno portò alla decisione di bandire il libro in paesi come l’Italia e la Danimarca.

Il giovane Werther morto sul letto

Basandosi su casi simili, Phillips condusse uno studio, fra il 1947 e il 1968, nel quale vennero alla luce alcuni dati rivelatori. Il mese successivo a quello in cui il New York Times pubblicava una notizia connessa al suicidio di un personaggio famoso, il tasso dei suicidi aumentava quasi del 12%.

Questo modello ha continuato a ripetersi fino ai giorni nostri. A metà del 2017, il Canada ha cercato di vietare la serie Tredici, dopo aver ritenuto che potesse causare questo stesso effetto. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha persino elaborato un documento con determinati precetti da seguire per i giornalisti che forniscono informazioni su fatti relazionati a un suicidio.

È pericoloso parlare di suicidio nei mezzi di comunicazione?

Dipende dal modo in cui si fa. Uno dei consigli da tenere in considerazione è cercare di non scendere nei dettagli o comunque di omettere elementi che possono risvegliare un sentimento di compassione. Un avvenimento di questo genere non ha ragione di scatenare alcun processo imitativo, ma si deve spogliare qualsiasi notizia o riflessione di qualsivoglia sfumatura di sensazionalismo.

Molti artisti nel corso della storia sono stati inclini a mostrare una romanticizzazione del suicidio, un fattore determinante in molte di queste morti.

Alcuni esperti rifiutano l’effetto Werther nella sua totalità, ma non le sue sfumature. Affermano che è possibile che alcune persone con tendenze suicide copino il modo in cui i personaggi celebri si sono tolti la vita ma, a loro volta, esentano quest’ultimi da ogni responsabilità sulle morti altrui. 

È necessario trattare notizie di questo tipo con una sensibilità speciale. Non devono essere mostrate foto, né elementi identificativi, soprattutto in caso di bambini e adolescenti. È importante che il suicidio non venga esaltato, né idealizzato come via di fuga.

“L’importante è lottare per vivere la vita, per soffrirla, per goderla, perdere con dignità e armarsi di nuovo. La vita è meravigliosa se non la si teme”.

-Charles Chaplin-

Ofelia

Come evitare la romanticizzazione del suicidio

Nonostante ciò, è necessario parlare del suicidio per poter dire anche che vi sono sempre altre vie d’uscita e per indicarle a coloro che non riescono a vederle. Restare in silenzio e guardare dall’altra parte serve solo a stigmatizzare un problema che riguarda un numero sempre maggiore di persone. Bisogna sempre cercare di porsi in modo rispettoso e assertivo, eliminando l’enorme tabù che lo caratterizza. Rendere invisibile o nascondere una realtà non la fa scomparire, bensì la rafforza.

Un’opera di fantasia, di qualsiasi natura, non incoraggia il suicidio. Vale lo stesso per le notizie, anche se ciò non toglie che l’informazione debba essere gestita in modo corretto e responsabile. Nell’epoca in cui fu pubblicata l’opera “I dolori del giovane Werther” non si disponeva dell’informazione e dei mezzi di comunicazione attuali. Quindi, esprimere nel modo corretto le nostre emozioni e chiedere aiuto deve essere una via d’uscita molto più semplice rispetto a quella che ci porta a toglierci la vita e dobbiamo partecipare tutti, in quanto società, affinché sia così.

Riferimenti bibliografici

Phillips, David P.(Junio de 1974). The Influence of Suggestion on Suicide: Substantive and Theoretical Implications of the Werther Effect. American Sociological Review, Vol.39 (3), pg.340-354.