Felicità e piacere: come interagiscono?

13 maggio, 2020
Piacere e felicità sono dimensioni molto diverse tra loro. Alcuni modi per ottenere il piacere, di fatto, possono porre fine alla nostra felicità.

Felicità e piacere, come interagiscono tra loro? Esistono tante definizioni di felicità quante sono le persone al mondo. È come se ciascuno di noi possedesse un profilo specifico, costituito da un insieme eterogeneo di elementi che lo plasmano. Dentro questo universo, orbita il piacere.

Potremmo definire il piacere come una sensazione, in quanto elemento soggettivo, associata alla positività, all’euforia e che nasce sovente dalla soddisfazione di un bisogno o di un desiderio. Ovvero, il piacere è strettamente legato al senso di conforto, ma anche all’ambizione.

Il piacere si contraddistingue inoltre per un’altra peculiarità: quella che alcuni definiscono come assenza di dolore. Eppure, ci sono persone che lo trovarlo anche nel piacere, parliamo del sadomasochismo. Un’associazione molto più frequente di quanto si pensi.

Per esempio, non è raro vedere il dolore dipinto sul volto di molti atleti e tuttavia riconoscere che si tratta di una sensazione da cui traggono piacere. Potremmo dunque affermare più chiaramente che l’opposto del piacere è, sì, il dolore, ma un dolore incontrollato, ovvero che non può essere gestito o fermato.

Succede qualcosa di simile anche con la paura. Molte persone sono in grado di godere di questa emozione quando sanno in anticipo che non vi saranno conseguenze nella vita reale, come accade ad esempio con i libri o i film. Il piacere nasce così ingannando il cervello. Nelle prossime righe approfondiremo meglio la correlazione tra felicità e piacere.

Donna con cervello illuminato

La felicità

Nella società attuale la felicità, in un certo senso, è diventata un altro dei tanti oggetti di consumo, con il suo prezzo e la richiesta di non essere chi siamo davvero. Di farci sentire parte di un meccanismo in quanto ingranaggi di una società, ma che finisce poi per snaturarci.

Così, ci ritroviamo a lavorare più ore, accettando condizioni sfavorevoli per pagare attività che prima potevamo svolgere da soli o per le quali ricevevamo l’aiuto da parte della famiglia o dello stato. Parliamo di cucinare, pulire casa o accudire i bambini o gli anziani.

Ebbene, alcuni studi affermano che questo stato, che potremmo definire felicità, si ottiene attraverso l’equilibrio, una buona gestione dei desideri, un’organizzazione ottimale della piramide dei bisogni e un contatto sociale ricco di significato. Tale contatto sociale, inoltre, sembra seguire una norma: meno è costoso, più è difficile che sia significativo.

Tradotto: un contatto sociale che richiede un basso investimento di risorse è ad esempio una conversazione telefonica sdraiati sul divano. Un contatto sociale che richiede un considerevole investimento di risorse potrebbe portarci a spostarci e isolarci.

Un vero stato di felicità ci porta a cambiare la nostra prospettiva del mondo. Ci predispone a porci una domanda: “cosa posso dare?” invece di “cosa possono darmi?”. Ci lasciamo alle spalle la dimensione del bisogno per trasformarci in esseri in grado di aiutare a soddisfare bisogni.

Mano con faccina sorridente

Il piacere

Probabilmente la principale differenza tra felicità e piacere è che quest’ultimo possiede un circuito neuronale molto più semplice (primitivo). Ciò rende il piacere, tra le altre conseguenze, potenzialmente più distruttivo. Ci riferiamo, ad esempio, alle dipendenze. Basti pensare al fatto che il piacere rafforza i vari modi di soddisfare un bisogno. Per esempio, fumare quando si prova un’ansia crescente.

D’altro canto, la felicità sembra rispondere a quella preoccupazione dell’essere umano di andare oltre l’adattamento ambientale. Oltre a ciò, è strettamente relazionata all’adattamento/accettazione delle sue caratteristiche.

Non tanto di vivere più a lungo o di avere un maggiore successo riproduttivo. No. Si tratta anche di porre la nostra attenzione sul come viviamo o sul come ci riproduciamo. Per riferirci a ciò di solito utilizziamo il prefisso “meta”, così pensare a come pensiamo (valutare la qualità del nostro pensiero) dà forma al nostro metapensiero.

Felicità e piacere, conclusioni

Essendo già a conoscenza del pericolo connesso con il piacere, la felicità si basa in larga misura sulla gestione che operiamo di quello stesso piacere; potremmo affermare biologicamente, del rilascio e della ricaptazione dei neurotrasmettitori associati. In tal senso, il modo migliore per soddisfare un bisogno non è sempre quello più comodo, rapido ed economico.

Attuare tale cambiamento risulta complicato, mentre nel mondo primitivo non esisteva l’esigenza di autoimporsi dei limiti. Richiede un’evoluzione personale al pari di quella effettuata dalla nostra società, nella quale oggi esistono supermercati e pasticcerie che offrono un gran numero di prodotti a prezzi che ci permetterebbero di consumarne ingenti quantità.

È come se la felicità fosse passata dall’avere un incontro intimo con il piacere a includere un terzo elemento. Un autocontrollo che ci impedisca di rimanere prigionieri di un piacere ottenuto in modo specifico, mentre seppelliamo la nostra eudemonìa.

Margot, J.-P. (2007). La felicidad. Praxis Filosófica, (25), 55–80.