I meccanismi di difesa secondo Freud

Reprimere ciò che fa male, negare ciò che disturba o proiettare le proprie mancanze sugli altri sono esempi dei meccanismi di difesa definiti da Sigmund Freud.
I meccanismi di difesa secondo Freud

Ultimo aggiornamento: 08 settembre, 2022

Quando si parla di meccanismi di difesa, quasi automaticamente, visualizziamo il volto di Sigmund Freud. C’è chi pensa che l’eredità della psicodinamica sia ormai obsoleta. che la teoria psicodinamica ci ha lasciato in eredità sia più che obsoleto.

Tuttavia, concetti come la proiezione, la rimozione e la negazione sono un lascito diretto della scuola freudiana che, a sua volta, ha ereditato la scuola cognitiva.

I meccanismi di difesa sono oggi chiamati cognizioni irrazionali e ci aiutano a capire, ad esempio, molti degli schemi mentali associati all’ansia.

Sebbene Albert Ellis e Aaron Beck, referenti e promotori della teoria cognitivo-comportamentale, inizialmente rifiutassero quei meccanismi inconsci definiti da Freud, finirono semplicemente per dare essi un altro nome.

I conflitti interiori sono universali

L’idea secondo cui molti dei nostri conflitti interiori dipendano da infanzia, educazione o prime esperienze è ancora valida. È vero che molti dei modelli freudiani, come lo sviluppo psicosessuale, sono completamente superati e incoerenti, tuttavia è inevitabile accettare realtà valide come l’autoinganno.

Abbiamo utilizzato tutti alcuni meccanismi di difesa in più di un’occasione. La vita, le relazioni e le esperienze a volte sono tremendamente complesse e l’uso di queste strategie ci aiuta a sedare la sofferenza; inoltre, ci permette di sopravvivere in un ambiente a volte caotico.

Ma a quale costo? Enorme. Perché a lungo andare ci immergono in stati di elevato esaurimento mentale.

Anna Freud con il padre Sigmund Freud quando hanno definito i meccanismi di difesa.

Proiezione, repressione e negazione: in cosa consistono?

Proiezione, repressione e negazione sono forse i meccanismi di difesa più conosciuti e utilizzati. Non importa che sia passato oltre un secolo da quando Sigmund Freud e sua figlia Anna Freud li hanno definiti. Ancora oggi vi ricorriamo senza accorgercene.

Queste risorse fanno parte della teoria della personalità formulata da Freud. Con essa spiegava che la mente è prigioniera di tre forze: impulsi, valori o norme sociali ed ego.

La prospettiva cognitiva

La scuola cognitiva accantona il conflitto mentale avanzato da Freud. Per questa corrente, la mente non è frammentata in Es, Io e Super-Io. La mente è un’entità unitaria che, a causa di educazione, esperienze o interpretazione, fa uso di idee chiaramente irrazionali.

Queste idee insignificanti e dannose fanno precipitare in stati di ansia e riducono il potenziale umano, dunque anche la possibilità di essere felici. Appare dunque evidente un fatto: meccanismi di difesa come la proiezione, la repressione e la negazione causano sofferenza. Invece di proteggerci, ci impediscono di cambiare.

Per esempio, negare che una relazione finita causi dolore non fa che peggiorare la situazione. Si arriverà a diffidare, a negarsi un nuovo amore e non riconoscere la sofferenza provata.

I meccanismi di difesa definiti da Freud

La proiezione: ti do la responsabilità delle mie questioni in sospeso

La proiezione è un meccanismo di difesa estremamente comune. Possiamo esercitare una proiezione positiva o negativa. Nel secondo caso, attribuiamo ad altri mancanze, colpe o difetti.

In parole povere: ciò che si critica negli altri in realtà riguarda se stessi, qualche tratto della propria personalità che si vorrebbe cambiare o acquisire.

D’altra parte, utilizziamo anche la proiezione positiva su base ricorrente, soprattutto quando siamo innamorati. Lo facciamo attribuendo alla persona amata capacità e virtù che non sono reali.

Litigio.

Repressione: nascondere ciò che fa male

Quando Freud e sua figlia Anna definirono proiezione, repressione e negazione, non conoscevano ancora l’importanza delle emozioni per il benessere umano.

Nel caso della rimozione, l’essere umano tende spesso a reprimere idee, ricordi o pensieri, ma soprattutto sentimenti.

Mettere da parte ciò che fa male è la risorsa più economica e disperata della mente. Tuttavia, ha i maggiori costi per il nostro equilibrio psicologico; ovvero disturbi d’ansia, depressione, ecc.

Negazione: ciò che mi fa male o mi infastidisce non esiste

Tra i meccanismi di difesa proposti da Freud, la negazione è il più comune. Ma attenzione, questo non significa che si tratta del più innocuo, tutto il contrario.

In tema di dipendenze, è la più evidente e dannosa. Viene utilizzato dall’alcolista quando dice di avere la situazione sotto controllo. Anche l’eroinomane occasionale che ripete a se stesso che una dose di tanto in tanto e nei momenti di svago non fa male.

Allo stesso modo, la negazione è molto comune anche nelle relazioni dipendenti e tossiche. Quella donna o quell’uomo che nega l’evidenza, che fa finta di non vedere abusi o manipolazioni emotive, perché per lui o lei sono sinonimo di amore.

Conclusioni

Proiezione, repressione e negazione delineano situazioni tanto complesse quanto dannose, comuni a buona parte della popolazione.

I meccanismi di difesa che la teoria psicodinamica ci ha lasciato sono ancora molto validi. Conoscerli, tenerne conto e, soprattutto, rilevarli per permette di disattivarli e, così, avere una migliore qualità della vita.

Potrebbe interessarti ...
Meccanismi di difesa nevrotici e psicotici
La Mente è Meravigliosa
Leggi in La Mente è Meravigliosa
Meccanismi di difesa nevrotici e psicotici

Sebbene la maggior parte dei meccanismi di difesa provengano dalla nevrosi, ce ne sono altri considerati psicotici. Approfondiamo il tema.



  • Kramer, U. (2010). Coping and defence mechanisms: What’s the difference? Second act. Psychology and Psychotherapy: Theory, Research and Practice, 83(2), 207-221. doi :10.1348/147608309X475989
  • Larsen, A., Bøggild, H., Mortensen, J., Foldager, L., Hansen, J., Christensen, A., & … Munk-Jørgensen, P. (2010). Psychopathology, defence mechanisms, and the psychosocial work environment. International Journal of Social Psychiatry, 56(6), 563-577. doi:10.1177/0020764008099555