Il linguaggio tabù: parolacce e imprecazioni

26 aprile, 2020
L'uso delle parolacce produrrebbe una sorta di scarica emotiva (effetto catarsi). Una scarica molto più potente se prodotta nella lingua con cui si è cresciuti.

Nella nostra area del linguaggio esiste una zona oscura, abitata da parolacce e imprecazioni, ovvero da quello che viene definito il linguaggio tabù. Volete sapere come ci possono aiutare, a dispetto della cattiva impressione che possono lasciare?

Gli esseri umani contano su grandi risorse comunicative. Non solo possediamo un patrimonio di significati comune, ma abbiamo a disposizione un vocabolario e una grammatica che ci consentono di essere precisi, di esprimere esattamente ciò che desideriamo condividere. Parlando possiamo, ad esempio, riferirci al passato, al presente o al futuro, e gestualità e immagini completano il discorso.

All’interno del linguaggio esiste, tuttavia, una zona che potremmo definire oscura. Parliamo delle parole classificate come parolacce o linguaggio volgare. Sembra che il loro utilizzo produca una sorta di scarica emotiva (effetto catarsi). Una scarica molto più potente se realizzata nella lingua con cui si è cresciuti.

Fumetto con parolacce e imprecazioni

Cosa si intende per tabù?

Con il termine tabù ci si riferisce a un elemento proibito. Qualcosa che esiste, ma che non entra nelle conversazioni, vuoi per ignoranza, per vergogna o perché considerato improprio. Un argomento scomodo all’interno di una determinata cultura. Non possiamo quindi parlare di tabù senza riferirci al contesto culturale in cui nasce.

Così, nel mondo occidentale le parolacce e le imprecazioni sono mal viste, bandite dal linguaggio educato e gentile. Sono associate, inoltre, più al linguaggio maschile che a quello femminile. D’altra parte, la “cattiva impressione” che lasciano è dovuta a una presunta mancanza di controllo emotivo. È opinione corrente che chi fa uso di un lessico volgare è incapace di gestire le proprie emozioni a valenza positiva in modo più sofisticato.

Il ricorso alle parolacce, d’altro canto, sarebbe un tabù soprattutto nelle grandi città, lasciando intendere che siano proprie delle persone meno acculturate e dal carattere più rozzo. Si completa così il ritratto stereotipato del contadino (o se vogliamo dello scaricatore di porto), uomo avvezzo al lavoro manuale e poco a quello intellettuale. Le parolacce e le imprecazioni sono conosciute anche come volgarismi.

Uno stereotipo che vacilla se consideriamo che l’uso della volgarità non è associato alla ricchezza lessicale di una persona. In realtà uno studio condotto da Jay e Jay nel 2015 ha dimostrato il contrario. Le persone più abili a creare una lista di parole a caratteristica comune (ad esempio una lista di animali) sono capaci di produrre un elenco più ricco di parolacce.

Parolacce e imprecazioni, i benefici del linguaggio tabù

Gli effetti benefici delle parolacce dipendono dalla rottura delle regole che ne consegue. Ma quali vantaggi nascondono? Stephens e coll. hanno condotto nel 2010 un curioso studio al riguardo. Dividendo i volontari in due gruppi, chiesero ai partecipanti di immergere la mano nell’acqua gelata e di resistere il più possibile.

I gruppi si distinguevano per una sola variabile: a un gruppo era concesso imprecare, l’altro poteva fare uso solo di un lessico neutro. È facile immaginare che cosa successe. Il gruppo a cui era permesso dire parolacce resistette il doppio del tempo, esattamente il doppio,  rispetto al gruppo di controllo (con parole neutre). Bisogna però precisare che l’effetto analgesico va usato con moderazione: dire più parolacce non permise di resistere più a lungo.

Questo risultato sarebbe coerente con l’ipotesi che l’effetto è legato alla violazione della norma. Infrangere molte volte una norma finisce per attenuarla, rendendo meno eccitante la trasgressione.

Figure stilizzate discutono con il megafono

Un altro dato che conferma la violazione della norma è che il linguaggio tabù produce maggiore eccitazione, misurata come risposta galvanica della pelle, se è nella lingua materna, come il  dialetto. La cultura materna, così come la lingua materna è quanto abbiamo di più interiorizzato: è il luogo in cui si trova la parte più “primitiva” di noi.

Artículo de referencia

Cognitiva, C. (n.d.). Palabrotas, tacos y juramentos: La ciencia del lenguaje tabú | Ciencia Cognitiva. Retrieved October 12, 2018, from http://www.cienciacognitiva.org/?p=1703

Bibliografía

Jay, K. L., y Jay, T. B. (2015). Taboo word fluency and knowledge of slurs and general pejoratives:
Deconstructing the poverty-of-vocabulary myth. Language Sciences, 52, 251-259.

Stephens, R., y Umland, C. (2011). Swearing as a response to pain: Effect of daily swearing frequency. Journal of Pain, 12, 1274–1281.