Ira: una vecchia conoscenza

11 Dicembre 2018
Anche se tendiamo a scaricare la colpa quando qualcosa ci infastidisce, la scelta di arrabbiarci o meno dipende da noi. L'ira è un'emozione che risiede dentro di noi

L’ira è quella vecchia amica in grado di trasformarci in pochi secondi in persone diverse. Ecco perché affrontarla non è semplice. C’è chi la esprime così come la sente; altri, invece, la reprimono o la camuffano con parole gradevoli; infine, alcuni la trasformano in un’altra emozione.

Parlare di ira, significa parlare di un’emozione complessa che richiede una profonda revisione e riflessione interiore. Quanti di noi si sono sorpresi ad alzare il tono delle voce in certe occasioni o conoscono qualcuno che ha reagito in maniera esagerata a una stupidaggine? Altre volte, ci sarà sicuramente capitato di essere ripresi da genitori, partner, datori di lavoro o amici per aver sbagliato qualcosa. Ma cosa si nasconde dietro l’ira?

Alcuni sostengono che esprimere la propria rabbia sia positivo, perché bisogna liberarsi di tutte le emozioni “scomode” per trovare la serenità. Ma è davvero così? Dobbiamo davvero sfogare quello che abbiamo dentro come capita? Per conoscere meglio l’ira, la analizzeremo in tutti i suoi aspetti perché non sempre è ciò che sembra. Continuate a leggere per saperne di più!

Che cos’è l’ira?

In generale proviamo questo sentimento quando qualcuno offende intenzionalmente la nostra identità personale, quando abbiamo l’impressione di subire un’umiliazione. Non si tratta solamente di non aver realizzato un certo proposito, ma alla base deve esserci almeno la sensazione di aver subito un insulto o un’ingiuria.

Possiamo sperimentarla anche quando assistiamo a qualche forma di ingiustizia sociale. Se camminiamo per strada e vediamo un genitore che maltratta il figlio, proviamo rabbia o grande indignazione.

Chiunque può arrabbiarsi: questo è facile; ma arrabbiarsi con la persona giusta, e nel grado giusto, e al momento giusto, e per lo scopo giusto, e nel modo giusto: questo non è nelle possibilità di chiunque e non è facile.

Aristotele

Coppia che discute animatamente

Forse conoscete qualcuno che si arrabbia tantissimo quando la stampante non funziona, ad esempio. Può sembrare strano, ma anche in questo caso si verifica un processo di umiliazione. In che senso? Tante persone sono così negative da interpretare qualsiasi cosa come un attacco personale. Se la stampante non funziona, potrebbero pensare: “la vita si prende gioco di me e me lo fa capire non facendo funzionare la stampante”.

Ci rendiamo facilmente conto, quindi, che non serve necessariamente un agente fisico esterno in grado di sottoporci a umiliazione, basta la nostra interpretazione della situazione in questione a farci arrabbiare. Questo è un aspetto molto importante perché sposta l’attenzione su noi stessi: ci danno fastidio gli altri o siamo noi a darci fastidio?

Ira ed ego

In qualche modo pretendiamo di salvaguardare o aumentare la nostra autostima. Quando percepiamo una possibile minaccia per il nostro ego, la nostra risposta può essere di rabbia di fronte alla situazione.

Se ci arrabbiamo quando qualcuno suona il clacson mentre stiamo guidando, in genere è perché pensiamo che ci stia rimproverando per il nostro modo di guidare. Di conseguenza, il pensiero che il nostro modo di essere e di agire non sia quello corretto rappresenta una minaccia per la nostra identità.

Il filosofo greco Aristotele sosteneva che “il non risentirsi delle offese è da uomo vile e schiavo”. Questo porta a una giustificazione piuttosto semplice e ovvia della rabbia. Vale la pena di reagire in tale modo a un insulto? A volte investiamo troppe energie in cose che non meritano il minimo sforzo.

Una volta i discepoli di Buddha gli si avvicinarono e, preoccupati, gli chiesero: “Maestro, dovunque andiamo ridono di noi e ci insultano. Com’è possibile che questo non ti tocchi minimamente?”. E Buddha rispose: “L’insulto potrà anche uscire da loro, ma non arriva mai a me”. Questo prezioso insegnamento buddista si contrappone al pensiero di Aristotele sulla codardia. Il primo comporta sofferenza, il secondo, pace e serenità. Quale preferite?

Ira e azione

Nel sentire minacciata la nostra identità personale, manifestiamo una grande attivazione fisiologica che si accompagna alla tendenza ad attaccare la persona che riteniamo responsabile dell’offesa subita. L’attacco può essere sia fisico sia verbale. La risposta dipenderà dal nostro grado di controllo e da come interpretiamo la situazione.

Se la persona che ci ha offeso è il nostro capo, la nostra risposta potrebbe essere un minor rendimento sul lavoro. Sappiamo bene che una reazione aggressiva potrebbe avere conseguenze ben più gravi, come il licenziamento. Nelle situazioni in cui rischiamo di mettere in pericolo un aspetto della nostra vita scegliamo di intraprendere un’azione meno diretta.

Una volta scaricata tutta la nostra rabbia su qualcuno, può farsi strada una particolare emozione: la colpa. Quando tutto torna alla tranquillità, ci sentiamo in colpa perché ci rendiamo conto di aver superato il limite. In questo senso, la colpa agisce in modo tale da spingerci a chiederci se il nostro comportamento è stato il più adatto o meno.

Infine, spendiamo qualche parola anche per quelle persone che sembrano perennemente arrabbiate. In questo caso potremmo dire che hanno fanno dell’ira uno stile di vita. Hanno configurato i loro modelli mentali in modo tale da reagire solamente in modo rabbioso. Esistono diversi questionari e test per misurare il proprio autocontrollo e grado di rabbia.

Uomo arrabbiato dà pugno al muro

Come gestire l’ira?

Non c’è modo migliore di calmare l’ira della respirazione diaframmatica, oltre a riflettere attentamente sulla situazione o la persona che riteniamo responsabile dell’offesa subita.

In diverse occasioni, reagiamo perché siamo carichi di aspettative, perché abbiamo avuto una brutta giornata e anche la minima cosa può scatenarci emotivamente. Comprendere o almeno valutare la possibilità che anche gli altri possano avere una brutta giornata ci aiuterà a capire il loro modo di agire e a non prendere le cose di petto.

Se il nostro datore di lavoro ci tratta male per qualcosa che abbiamo fatto, potrebbe rivolgere lo stesso trattamento a un altro dipendente, perciò non dobbiamo prenderla sul personale, ma solo come un modo di reagire della persona, che in quel momento ci ha coinvolto.

Anche se potrebbe sembrare che gli altri abbiano il controllo sui nostri stati emotivi, il potere dell’ira è invece nelle nostre mani. Siamo noi a decidere se arrabbiarci o meno. Lasciare una cosa così preziosa come la nostra felicità nelle mani degli altri è senza dubbio un prezzo troppo alto.

Vi invitiamo a considerarvi agenti attivi di fronte a un’offesa e non come agenti passivi che subiscono e si limitano a reagire. Il potere è nelle vostre mani.