Kim Peek, il caso che ispirò il film Rain Man

3 Settembre 2019
La vita di Kim Peek ci dimostra quanto poco conosciamo i nostri limiti e le nostre potenzialità. È la prova di quanto la realtà sia un paradosso: ogni essere umano porta in sé grandi talenti ed enormi limitazioni.

L’affascinante storia di Kim Peek ci ricorda che siamo tutti meravigliosamente diversi, e che brutto o bello, migliore o peggiore sono concetti relativi all’ambiente in cui ci muoviamo. Abbiamo avuto modo di conoscere quest’uomo grazie al film Rain Man, che racconta parte dei suoi talenti e della sua tragedia.

Kim Peek, il vero Rain Man, ispirò la sceneggiatura e la trama centrale del film. Sebbene la sua vita fu un po’ diversa, la pellicola è una pietra miliare nella storia del cinema e nella vita del personaggio da cui è tratto.

Forse la vita di Kim Peek è ancora più affascinante di quanto non sia stato raccontato nel film. Tant’è che, dopo l’uscita nelle sale, oltre due milioni di spettatori hanno cercato di mettersi in contatto con lui. Sono stati girati documentari sul suo caso e perfino la NASA volle conoscere l’uomo dal carattere dolce che ispirò uno dei più bei film del ventesimo secolo.

“Forse io sono la stella, ma tu, Kim, sei il cielo.”

-Dustin Hoffman-

Libri

Kim Peek, un “ritardo mentale”?

La diagnosi che ricevette Kim Peek alla nascita, nel 1951, fu questa: ritardo mentale. Era nato con una disabilità e i medici consigliarono un ricovero in un centro specializzato. La famiglia non seguì il consiglio. Volevano Kim con loro e così fu.

Kim Peek aveva una macrocefalia e questo significava che non avrebbe completato lo sviluppo fisico e mentale. Il suo cervello era troppo grande e privo del corpo calloso, l’area che collega gli emisferi. La prognosi di vita era, quindi, poco favorevole.

I genitori di Kim si accorsero subito che il figlio era speciale. Ad appena un anno e mezzo di età era capace di memorizzare ciò che leggeva. Dimostrava abilità sorprendenti che loro stessi non sapevano come gestire.

Il meraviglioso cervello di Kim

I genitori di Kim notarono che il bambino era in grado di memorizzare interi libri; era sufficiente che glieli leggessero una volta sola affinché si ripetesse il fenomeno. Quando lui stesso leggeva un libro, lo riponeva a testa in giù e non lo apriva più. Non era necessario: lo aveva memorizzato.

A soli tre anni aveva imparato a consultare il dizionario. Leggeva il significato delle parole e le imparava. Arrivò, pare, a memorizzare la quantità sbalorditiva di novemila libri. Era capace di leggere una pagina con l’occhio destro e quella a fianco con il sinistro. Lo faceva molto velocemente, due pagine in appena 10 secondi.

Allo stesso tempo, era capace di risolvere operazioni matematiche in tempi record. A volte per passare il tempo prendeva l’elenco telefonico e sommava i numeri di una colonna in pochi secondi. Una volta adulto, era in grado di tenere la contabilità di un’azienda senza aiuto della calcolatrice o della carta.

Modello del cervello in plastica

Una bella vita

A differenza del Rain Man del film, Kim era un persona affettuosa. Amava il contatto sociale e rispondeva con affetto e comprensione a tutti. Sebbene la sua memoria fosse eccezionale, non poteva trarre conclusioni dalle sue letture né applicare le sue conoscenze matematiche ad attività che non fossero il mero calcolo.

Aveva problemi motori di vario tipo. Cominciò a camminare solo a quattro anni e diventò adulto senza aver imparato ad abbottonarsi la camicia o legarsi le scarpe.

Barry Morrow, uno degli sceneggiatori del film, lo conobbe per caso in un evento su persone con disabilità e potenzialità speciali. Morrow aveva già trattato questo tema, ma restò molto colpito da Kim.

Questo incontro speciale lo ispirò a scrivere la sceneggiatura di Rain Man. Anche Dustin Hoffman, interprete del personaggio, conobbe Kim e gli espresse la sua ammirazione in molte occasioni. Lo ringraziò pubblicamente quando ricevette il premio Oscar come migliore attore protagonista.

E anche Kim Peek fu raggiunto dalla notorietà. Il padre assicura che il film ebbe un’influenza positiva sulla sua vita, perché gli permise di godere come non mai del contatto umano. Questa persona meravigliosa, nata per insegnarci qualcosa in più sul paradosso umano, morì durante una crisi cardio-respiratoria nel 2009, a 58 anni.

  1. Muñoz-Yunta, J. A., Ortiz-Alonso, T., Amo, C., Fernández-Lucas, A., Maestú, F., & Palau-Baduell, M. (2003). El síndrome de savant o idiot savant. Rev Neurol, 36(Supl 1), S157-61.