La banalizzazione sociale delle patologie

Quando etichettiamo una persona come affetta da un particolare disturbo, è come se le attaccassimo un cartello in fronte che dice "io sono…" e la relativa patologia. Cosa significa banalizzazione sociale delle patologie e quali sono i rischi?
La banalizzazione sociale delle patologie

Ultimo aggiornamento: 29 agosto, 2021

Non è raro sentire dire da qualcuno “ho avuto un attacco di panico” quando in realtà si trattava soltanto di un momento di paura; o definirsi “depresso” quando era semplicemente triste o angosciato. La tendenza a distorcere questo tipo di disturbi è conosciuta come banalizzazione sociale delle patologie.

Scopriamo come si è passati dalla categorizzazione scientifica dei disturbi mentali alla banalizzazione sociale delle patologie.

I manuali diagnostici

Il DSM-5 (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) è l’ultima edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali dell’Associazione Americana di Psichiatria (American Psychiatric Association, APA). Il testo, redatto da un gruppo di ricercatori e scienziati, raccoglie descrizioni e sintomi riunendoli sotto diverse categorie; così facendo crea una classificazione generale delle patologie della mente umana.

I dati sono scritti con un linguaggio tecnico unificato che permette a medici, psichiatri e psicologi che lavorano nel campo dei disturbi mentali di accedere alle informazioni.

Questo strumento è utilizzato anche da ricercatori e scienziati in generale, già che stabilisce criteri chiari per la categorizzazione delle patologie e assicura una diagnosi coerente.

D’altra parte, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) raccomanda l’uso del sistema di classificazione internazionale delle malattie e dei problemi correlati noto come Classificazione ICD (International Classification of Desease), utilizzata in tutto il mondo.

Le organizzazioni della salute, indipendentemente dal loro approccio verso la categorizzazione dei disturbi e del trattamento dei sintomi nei pazienti, sono originarie del diciannovesimo e ventesimo secolo.

Medici francesi, inglesi e italiani iniziarono già da allora a creare classificazioni dei sintomi con conseguenti protocolli di cura, ospedali, teorie medico-psicologiche volti a dare risposta ai problemi legati all’alienazione mentale. È inoltre questo il periodo in cui nacque la figura più rappresentativa della psichiatria tedesca: Emil Kraepelin.

Kraepelin (1855-1926) si dedicò principalmente alla ricerca sulla malattia mentale: febbre, traumi cranici ecc. Per lo psichiatra tedesco, un malato mentale costituiva un semplice insieme di sintomi. In altre parole, si interessò più all’umanità che all’individuo in sé.

La tendenza di Kraepelin in psichiatria, oggi considerata un difetto, fu la caratteristica che lo aiutò a creare la sua nosologia. Raccolse numerosi casi clinici a partire dalla comparsa della malattia, includendo però anche la storia clinica del malato e la reazione successiva al ricovero ospedaliero.

Fu così che ebbe inizio la stesura di diversi manuali che permettono di raggruppare per sintomi e segnali i disturbi mentali.

banalizzazione sociale delle patologie e rischi di una diagnosi fai da te.

Il rischio di una diagnosi fatta in casa

Molti dei disturbi classificati all’interno di questi manuali sono stati trasferiti in maniera non corretta alla società. Patologie con una certa rilevanza sono state distorte nel loro significato, caratteristiche o sintomi distintivi, e ciò può portare a errori interpretativi. Vediamo un esempio dei rischi che si corrono nella banalizzazione sociale delle patologie.

Quando etichettiamo una persona come affetta da un particolare disturbo, è come se le attaccassimo un cartello in fronte che dice “io sono…” e la relativa patologia.

È facile che la persona etichettata creda nella categoria che le abbiamo affibbiato, che cerchi informazioni (facilmente reperibili su Internet) e che si identifichi in essa. Questo verrà alimentato dalla cerchia di persone che ha intorno, che confermeranno la veridicità dell’etichetta.

Il tutto contribuisce a confezionare una falsa diagnosi auto-confermata che paradossalmente può avere un effetto tranquillizzante sulla persona colpita, la quale avendo trovato l’origine del suo male può dire: “finalmente so che cosa ho!”.

La diagnosi fatta in casa contribuisce alla distorsione del significato, delle caratteristiche e dei sintomi dei disturbi e la conseguente banalizzazione.

5 casi comuni di banalizzazione sociale delle patologie

Al giorno d’oggi sono 5 le patologie che hanno acquisito nell’immaginario collettivo una connotazione fuorviante e che non rispecchia il vero significato. In molti casi, queste patologie vengono attribuite dopo il presentarsi di una sola caratteristica del disturbo.

Stiamo parlando di: depressione, stress, attacchi di panico, disturbi ossessivo compulsivi e bipolarismo.

La depressione ≠ tristezza o angoscia

I disturbi depressivi sono patologie gravi in cui le sensazioni di angoscia e ansia pervadono la persona. Sono comuni i sentimenti di incertezza e insicurezza, l’incapacità di costruire il futuro, abbandono, mancanza di energia e motivazione in quasi tutti gli ambiti della vita, bassa autostima, decadimento di molte funzioni psichiche, sensazione di fallimento e frustrazione.

Molto spesso i pazienti con depressione sono talmente abbattuti da non riuscire ad affrontare la giornata, fanno fatica ad alzarsi, lavarsi, mangiare ed avere rapporti sessuali; possono esprimere il desiderio di morire.

Dobbiamo ricordare che l’angoscia e la tristezza sono emozioni naturali che possono nascere in chiunque a seguito di una perdita, un problema, un trasferimento o qualsiasi altra crisi vitale che comporti un certo grado di introspezione e riflessione volta alla crescita.

A volte, quando una persona è triste o abbattuta viene etichettata come “depressa”. Non sempre è così.

Lo stress ≠ stanchezza o irritabilità

Lo stress è una delle patologie più gravi dei nostri tempi e può essere alla base di una patologia organica e mentale. Da un raffreddore a un tumore, lo spettro è molto ampio.

Lo stress è la sindrome generale di adattamento, ovvero i tentativi del nostro organismo di mantenersi in equilibrio in un contesto popolato da vari stimoli distruttivi.

Il problema avviene quando siamo assillati da uno o più stimoli che tendono a sbilanciarci;  il nostro organismo deve fare uno sforzo immane per resistere a questa minaccia alla stabilità.

Sopportare una crisi sistematizzata nella nostra vita crea effetti sintomatici volti a frenare una serie di comportamenti propri dello stress, come: irritabilità, idee catastrofiche, intolleranza, angoscia, ansia, aggressività, nausea, palpitazioni, bruxismo, alimentazione compulsiva, pensieri negativi e via dicendo.

A causa della varietà dei sintomi che comporta (organici, cognitivi ed emotivi), lo stress è diventato una vera e propria etichetta generalizzata, spesso affibbiata a comportamenti isolati; per poter diagnosticare correttamente un caso di stress occorre invece analizzare tutti i fattori esterni della vita della persona, e le situazioni determinanti la crisi sistematizzata. È troppo facile dare questo nome a ciò che non conosciamo.

Donna con crisi d'ansia

Attacchi di panico ≠ paura, soffocamento, palpitazioni

Un altro esempio classico di banalizzazione sociale delle patologie sono i disturbi dell’ansia. Tali disturbi, insieme agli attacchi di panico e i casi di agorafobia si sono moltiplicati negli ultimi 10 anni. È come se con questi sintomi, da una prospettiva psicosociale, cercassimo di frenare patologicamente il ritmo super dinamico al quale la società ci sottopone.

Fino a 30 anni fa, una persona che presentava sintomi come soffocamento, nausea, giramento di testa, tachicardia, sudorazione e formicolii alle mani, oltre ad una forte paura di morire, veniva lasciata nell’incertezza di una patologia di difficile individuazione. Al giorno d’oggi, accade l’opposto.

Oggi una persona può sperimentare alcuni dei sintomi elencati e identificarli come “attacchi di panico”, quando in realtà si tratta semplicemente di casi isolati.

Un attacco di panico può essere diagnosticato soltanto se si presentano almeno 4 dei 13 sintomi descritti dal quadro psicopatologico.

Il disturbo ossessivo compulsivo (OCD)≠ rituali e manie

L’OCD è un disturbo caratterizzato da una grande ansia e da disturbi compulsivi in cui la persona non riesce a trattenersi dal realizzare azioni frenetiche.

Per arrestarle e inibire le situazioni che possono scatenarle, il paziente tende a sviluppare dei rituali che assumono una valenza quasi magica. Può anche sviluppare manie di igiene estrema per paura di malattie, contaminazioni, contagi ecc.

Il paziente ha pensieri intrusivi che non riesce a controllare, così come fisime mentali che cerca di frenare con i suoi rituali o la sua ossessione per l’igiene. Si crea un vero e proprio intreccio di comportamenti e idee che lo esasperano e che aumentano ancora più la sua ansia, generando profondo malessere.

C’è, tuttavia, chi crede che singoli comportamenti isolati di pulizia o fissazione in una persona, significhino la presenza del disturbo ossessivo compulsivo. Ricordiamo, invece, che ciascuno di noi ha fissazioni, superstizioni o manie che esprime nella vita di tutti i giorni.

Il disturbo bipolare ≠ sbalzi d’umore

Il disturbo bipolare è una patologia grave che determina insoliti sbalzi d’umore; il soggetto passa dall’essere molto felice e attivo ad infinitamente triste, senza futuro, depresso. Si tratta di una malattia clinica in cui si passa più volte da uno stato all’altro.

Possono esistere frammenti di normalità tra un ciclo e l’altro. Nelle forme più gravi, tuttavia, non si fa che entrare e uscire dalle due fasi: maniacale (euforia) e depressiva (tristezza).

  • Le fasi maniacali sono caratterizzate da una serie di condotte caratteristiche come l’eccitazione e il nervosismo, i pensieri rapidi susseguenti e simultanei, tensione permanente, irritabilità, insonnia, spese compulsive.
  • Nella fase depressiva prevale la tristezza, l’angoscia, il mal umore, la perdita di interesse e di energia, la voglia di dormire e di non alzarsi dal letto, l’insonnia, la lentezza, la mancanza di concentrazione, i pensieri suicidi.

Bisogna quindi prestare attenzione quando, molto alla leggera e senza nessun supporto specifico, si diagnostica e si marchia come “bipolare” il cambiamento di umore di una persona.

L’uomo non è lineare: viviamo in un ambiente che ci costringe ad adattarci di continuo. I cambi d’umore graduali e talvolta improvvisi sono normali. Una persona non è bipolare soltanto perché ha sperimentato un cambio brusco d’umore.

La banalizzazione sociale delle patologie: scambiare il bipolarismo per semplici sbalzi d'umore

Conclusione

Le diagnosi possono essere realizzate esclusivamente da professionisti della salute. Se non si hanno le competenze, meglio non esprimersi correndo il rischio di categorizzare come disturbi mentali comportamenti normali.

Le etichette sono come un macigno sull’individuo che le deve sopportare, rischiano di danneggiare la sua personalità, oltre a rappresentare una mancanza di rispetto verso chi davvero soffre per disturbi gravi.

Non sta a noi dare un titolo ai comportamenti degli altri se non siamo esperti in materia.

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