La neurobiologia della resilienza

8 gennaio 2018 in Psicologia 996 Condivisi
Cuore formato da dei fiori

La neurobiologia della resilienza è il campo di studio che spiega, da un punto di vista biologico, uno dei processi più affascinanti dell’essere umano. Quello in cui le persone riescono ad affrontare con successo i fattori di stress per adattarsi meglio alla complessa realtà investendo, inoltre, nella salute emotiva e riducendo l’impatto degli eventi traumatici.

La parola “resilienza” rappresenta un concetto che ha assunto un ruolo centrale negli ultimi decenni. Il termine e il suo significato ci sono di ispirazione, ci piacciono, inoltre in molti cerchiamo di svilupparla. Ma c’è un aspetto che continua a suscitare la curiosità degli neuropsicologi…

Perché ci sono persone che affrontano le situazioni complesse e le avversità in modo più efficace, mentre altri rimangono intrappolati in uno stato di permanente impotenza? Perché la stessa persona può reagire in modi opposti?

“Il mondo spezza tutti, e in seguito, alcuni sono forti nelle parti spezzate”

-Ernest Hemingway-

Lo abbiamo visto molte volte e nelle forme più diverse. Per esempio, tre fratelli, tre bambini che hanno dovuto vivere la perdita traumatica di uno o entrambi i genitori. Nelle stesse circostanze e nello stesso ambiente, questi bambini possono crescere mostrando un modello comportamentale molto diverso. Uno di loro si trascinerà questa ferita traumatica mostrando comportamenti problematici, bassa autostima, ansia, difficoltà di apprendimento, ecc.

Un altro fratello, invece, può sviluppare per sé stesso un atteggiamento più adattivo, mantenendo l’equilibrio psicologico nonostante il trauma subito. Tutto questo ci costringe a chiederci perché. Quali meccanismi neurobiologici fanno sì che alcuni di noi siano più o meno resistenti alle avversità?

Albero che cresce in un lago come simbolo della resilienza

La neurobiologia della resilienza o la nostra capacità di tollerare lo stress

Parlare di resilienza implica necessariamente fare riferimento alla nostra capacità di affrontare lo stress, usandolo anzi a nostro vantaggio. A questo proposito emerge un’idea: il nostro cervello è, sopra ogni cosa, un rilevatore di informazioni minacciose.

Una delle nostre priorità è quella di sopravvivere, e quindi nel corso della giornata e quasi senza rendersene conto, non facciamo altro che processare aspetti che ci preoccupano, anticipando eventi negativi che non sono ancora accaduti e filtrando tutti i tipi di rischio o gli squilibri nel nostro contesto che ci possono influenzare in un certo senso: fisico, sociale, emotivo…

Gli esperti in neurobiologia della resilienza ci dicono che lo stress moderato o “eustress” è il migliore: ci prepara all’azione. Tuttavia, quando le preoccupazioni, le paure, i ricordi del passato e l’ansia per il futuro ci attanagliano, questo “distress” diventa cronico e altera il cervello dal punto di vista genetico e neurologico. È a questo punto che compaiono problemi mentali, infelicità e la nostra incapacità di adattarci ai contesti in cui ci muoviamo, già di per sé complessi.

D’altro canto, e sebbene tutti sappiamo che la gestione dello stress può essere allenata così come la resilienza, c’è chi nasce con questa capacità innata e c’è chi semplicemente presenta serie difficoltà nel momento di affrontare anche le più piccole difficoltà, le più quotidiane. Il motivo? La neurobiologia della resilienza indica che ci sono cervelli più o meno “resilienti”.
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Cervello che rappresenta la neurobiologia della resilienza

Le sostanze ormonali e i neurotrasmettitori nella resilienza

Nei primi mesi del 2016, la rivista “Nature” ha pubblicato un interessante studio sulla neurobiologia della resilienza. In esso si spiega che questa capacità è collegata a precise aree cerebrali: la neocorteccia cerebrale e, a livello subcorticale, il complesso amigdaloideo, l’ippocampo e il locus coeruleus.

Il dato più affascinante e suggestivo è certamente l’attività a livello ormonale e dei neurotrasmettitori, che favorisce oppure ostacola la nostra capacità di essere resilienti.

  • La deidroepiandrosterone (DHEA) ha la capacità di regolare l’effetto del cortisolo nel cervello. Le persone che presentano un deficit di questo ormone saranno meno resilienti.
  • Il cervello umano ha due tipi di recettori dello stress. Uno si attiva prima, con piccole quantità di cortisolo, e che a sua volta stimola l’ippocampo perché aumenti l’impronta dei ricordi.
  • L’altro si attiva in seguito e in presenza di livelli più elevati di cortisolo nel sangue. Una maggiore stimolazione di questo secondo recettore incide sulla qualità della nostra memoria. Le persone meno resilienti presentano livelli più elevati di cortisolo nel loro organismo e ciò fa sì che tali recettori reagiscano.

Bambini orchidea e bambini dente di leone

Uno dei fattori più comuni che può differenziare le persone meno resilienti sono le loro prime esperienze. Così, un’infanzia segnata da un attaccamento insicuro, da carenze affettive, da abusi o da un evento traumatico genera nel bambino uno stress tossico che influenza il suo successivo sviluppo cerebrale.

All’interno della neurobiologia della resilienza generalmente si distingue anche tra bambini orchidea e bambini dente di leone.

  • I primi sono quelli che abbiamo descritto in precedenza, quelli che hanno vissuto un’infanzia traumatica. Tuttavia al peso del contesto si aggiunge anche l’epigenetica. Le mamme soffrono sempre di più di stress emotivo. Che ci piaccia o no, questi livelli di cortisolo raggiungono il feto e alterano le connessioni neurali nell’amigdala del bambini.
  • D’altra parte, i bambini denti di leone sono quei piccoli che, per vari motivi, sono molto più resistenti allo stress. Il patrimonio genetico ereditato dal padre o dalla madre, essere cresciuto con un attaccamento sicuro, all’interno di una cerchia sociale favorevole, determina certamente un atteggiamento più resiliente nei confronti della vita e delle sue difficoltà.

Bambino con le braccia aperte in un campo

Per concludere, così come ci rivela la neurobiologia della resilienza, il fatto che possiamo avvalerci in misura maggiore di questa caratteristica dipende, a prima vista, da una serie di ormoni e neurotrasmettitori, dall’epigenetica e dalla qualità della nostra infanzia. Questi fattori possono sembrare certamente “deterministici”. Tuttavia, come indicato nell’articolo, la resilienza può anche essere imparata, sviluppata e applicata.

In questo campo si snodano, ad esempio, gli studi sulla neuroplasticità cerebrale e su come avviare nuovi comportamenti, assumere nuovi modi di pensare e atteggiamenti, possa rendere il nostro cervello un organo molto più resistente. Non dimentichiamolo, è sempre un buon momento per investire di più in noi stessi, per imparare a gestire la nostre piccole e grandi avversità con maggiore energia, forza e ottimismo.

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