La routine: un oceano di acque profonde

· 11 novembre 2017

Cosa fai oggi? Beh, le stesse cose di ieri e che farò anche domani: quello che detta la routine.

Mi alzerò, farò colazione, mi vestirò, prenderò la metro per un pelo o la perderò, arriverò tardi o giusto in tempo, imbattendomi in certe persone piuttosto che in altre, farò scomparire alcuni documenti dalla mia scrivania e ve ne metterò degli altri, arriverà la pausa caffè e una conversazione insulsa sull’ultimo episodio della serie trasmessa in televisione ieri sera.

Uscirò tardi, per portarmi avanti con il lavoro e poter uscire venerdì sera. A casa mi aspettano le faccende domestiche, chiaro, e vedrò un film, cadrò sul letto immaginando possibili scenari per una vita che, adesso, non ne ha molti. Routine, chiaro.

Forse Raphaëlle Giordano ha ragione e la nostra seconda vita inizia solo quando scopriamo di averne solo una. Diamo il segnale di partenza dopo una di quelle esperienze nelle quali vediamo passarci la vita davanti in un secondo. Un’esperienza strana, descritta come magica da chi l’ha vissuta, proprio perché ha il potere di riordinare le nostre priorità.  

Queste esperienze celano anche un altro tesoro: ricordarci che il futuro su cui contiamo non è una certezza.

Uomo su una scala per appendere le stelle

Creature abitudinarie

Gli esperti dicono che l’uomo è una creatura abitudinaria e che nulla trasforma la sua volontà, la nostra, e il suo modo di pensare, il nostro, come l’abitudine. Quest’abito sì che fa il monaco: frequente, costante e devoto. Questa casula, fatta di vulnerabilità, che indossiamo tutti i giorni per non andare in giro nudi.

Gli usi e i costumi ricordano la routine. Un ordine che si ripete in modo più o meno invariabile e che ci dà sicurezza. Mette da parte i dubbi, ci munisce di strategie che sappiamo essere efficaci per affrontare i problemi che si presentano con frequenza.

La routine, inoltre, ci fa risparmiare un’enorme quantità di energie. È come introdurre un programma che si esegue da solo, non dobbiamo pensarlo né disegnarlo. L’abbiamo fatto una volta e l’abbiamo rifinito nel tempo. Ad esempio, all’inizio prendevamo l’autobus per andare al lavoro, ma un giorno hanno soppresso la linea e abbiamo scoperto che la metro è più veloce, al contrario di quanto avevamo vaticinato. La nostra agenda viene riempita dalla realtà e dal successo delle nostre strategie.

Immaginate di dover pensare ogni giorno: con cosa faccio colazione? Come vado al lavoro? A che ora sarà meglio fare pausa?…Sono dubbi già risolti nel nostro programma, perfezionato nel tempo. Dunque, perché causare un problema dove non esiste? Perché consumare più risorse del dovuto per sopravvivere quando abbiamo già una routine?

“La maggior parte delle cose che ci capitano nella vita dipende da quello che succede lassù, nella testa”

La routine: un aiuto o una prigione?

Se la routine su cui ci appoggiamo è troppo rigida e non trova momenti di respiro può sfiancaci, e molto. Conoscerete senz’altro questa sensazione.

Quello che prima ci aiutava adesso è divenuto una cella nella quale scarseggia l’ossigeno. Pensiamo di romperla, fantastichiamo persino di farlo, ma poi non realizzare le azioni di tutti i giorni vuol dire-almeno all’inizio- percorrere una salita molto ripida: uscire dalla nostra zona di comfort. È come se volessimo e non volessimo al tempo stesso, e in presenza di tale dubbio, finiamo per rispettare la nostra routine.

Quali sono i sintomi di questa specie di “routinite acuta”? Sono vari: assenza di motivazione, stanchezza, melanconia o nostalgia, sbalzi di umore, apatia, disincanto e l’asfissiante sensazione di avere tutto (o quasi) per essere felici e non lo siamo.

Parliamo della tipica sensazione di vuoto, indefinita e asfissiante, alla base della quale non siamo in grado di individuare un’origine chiara. D’altro canto, tutti i cambiamenti che immaginiamo, se osservati per bene, ci sembrano un po’ assurdi: perché dovremmo provare ad andare di nuovo al lavoro in autobus se abbiamo già verificato che ci impieghiamo di più? Perché cambiare la nostra colazione se quella attuale ci piace e ci dà energie per tutta la mattina?

Parliamo anche di una mancanza di nuovi obiettivi che sostituiscano quelli già raggiunti. Questi nuovi obiettivi sarebbero solo la parte visibile dell’iceberg, quello che ci entusiasma. Quando vengono meno, dunque, è complicato che l’entusiasmo persista.

Forse questa oppressione generata dalla routine è un male minore o proprio delle persone con risorse sufficienti per preoccuparsi di questioni superficiali…o forse no, perché la verità è che se uniti ad altri elementi, come la solitudine, sono tra le cause più comuni per cui si decide di consultare uno psicologo. In altre parole, una delle cause più comuni della sofferenza umana.

Raphaëlle Giordano nel suo libro ci dice, un po’ per scherzo un po’ sul serio, che questa prigione nella quale si può trasformare la routine ha tanto potere da poter ridurre l’altitudine dell’umorismo di un paese intero

Uomo con mongolfiera a posto della testa

Routine: sì o no?

L’improvvisazione è l’antidoto contro la routine e la pianificazione. Dobbiamo realizzare nuove attività che sappiamo già essere di nostro gradimento, ma anche qualcuna che crediamo non lo sarà, ma che ci viene consigliata. Magari ci sorprenderà, una sorpresa che può essere la soluzione migliore per debilitare le fondamenta della cella nella quale ci sentiamo prigionieri.

In questo senso, vi è una dimensione personale che comprende vari modelli, parliamo della “apertura all’esperienza”. Si tratta della dimensione idonea da coltivare, quanto meno ogni tanto, se non vogliamo che la routine si alimenti giorno dopo giorno e si trasformi in un potente mostro che supera le nostre forze.  

Possiamo dire, dunque, che la routine implica un enorme risparmio di energie, ma può anche rappresentare un enorme dispendio delle stesse quando smettiamo di dominarla e ci facciamo dominare da essa, quando il rischio perde la sua attrazione dinanzi a ciò che, in apparenza, è sicuro, perché l’abbiamo ripetuto più volte.