La vendetta migliore è essere felici

· 8 marzo 2018

La vendetta migliore è quella che non si compie. La miglior rivincita è sorridere all’odio, soffocare la rabbia e dimostrare agli altri che possiamo essere felici. Perché non c’è miglior strategia che quella di agire con la calma e la saggezza, andare avanti con lo sguardo fermo e il cuore riposato, con la consapevolezza che ci sono pesi che non conviene portarsi dietro per troppo tempo.

Confucio diceva che prima d’intraprendere il viaggio della vendetta dobbiamo scavare due tombe. La nostra e quella del nostro avversario. La filosofia ci ha sempre offerto sistemi di riferimento per riflettere sull’azione della vendetta e le conseguenze morali vincolate a questa pratica tanto popolare quanto “attraente”.

“Vendicarsi è umano, perdonare è divino”.

-Walter Scott-

Abbiamo usato l’ultimo termine, ovvero “attraente“, per un fatto preciso. Ci troviamo di fronte a un comportamento umano che ha sempre attirato la nostra attenzione, non possiamo negarlo. Gli scrittori e i registi cinematografici sanno bene che la vendetta ci affascina. Non manca chi dice che sia quasi come un farmaco: prescritto a piccole dosi allevia, ma consumato in grandi quantità può essere letale.

In questo frangente, come non citare il grande esempio letterario di Edmond Dantès o il Conte di Montecristo. L’indimenticabile personaggio di Alexandre Dumas ci insegna che la miglior vendetta va servita fredda, senza fretta e calcolata alla perfezione. Agatha Christie, da parte sua, ci rende partecipi di una trama complessa e altrettanto violenta nel suo romanzo “Dieci piccoli indiani”, per mostrarci che il male o le cattive azioni devono essere vendicate nel modo giusto.

La vendetta ci attrae e, a volte, arriviamo persino a giustificarla. Ma quali processi psicologici sottostanno a questo atto?

Figura con salamandra

La vendetta: un desiderio umano

La maggior parte di noi, in qualche momento della vita, si è sentita offesa, ferita o risentita a tal punto da farsi passare per la testa l’ombra di quella figura amara e funerea ma sempre tentatrice: la vendetta. Le nostre bussole morali perdono il nord e immaginiamo forme, modalità e situazioni in cui quel dolore che ci attanaglia torna alla persona che ce lo ha provocato.

Ma una cosa che è bene chiarire fin dall’inizio e che ci viene ricordata dallo psicologo Gordon E. Finley, grande esperto in comportamenti criminali, è che la vendetta ha poco a che vedere con la morale. La vendetta è un impulso, ed è la catarsi della rabbia e dell’odio. Per riportare un altro esempio, come rivela un lavoro condotto dal professor Ernst Fehr dell’Università di Zurigo, più del 40% delle decisioni che si prendono nel mondo impresariale, ha come unico obiettivo “vendicarsi” di un rivale.

Lo stesso accade con i delitti, più della metà sono commessi per rancore accumulato verso qualcuno e per il desiderio espresso di portare a termine una vendetta. Tutto ciò, ci obbliga a prendere coscienza che la miglior vendetta non esiste, perché al di là dei risultati che possiamo ottenere con essa, ci trasformiamo in aggressori e, in questo modo, acquisiamo la stessa qualità morale di chi ci ha causato il danno.

Ragazza e suo riflesso

La miglior vendetta

Potremmo giustificare che la miglior vendetta è quella che non si compie perché lo dettano il sentire comune e morale, le teorie religiose, spirituali e persino filosofiche a cui molto spesso facciamo affidamento. Invece, andiamo ad analizzare questa affermazione da un punto di vista puramente psicologico.

Per esempio, ci siamo mai chiesti cosa spinge certe persone a fare costantemente uso della vendetta? Vediamolo di seguito.

Tratti delle persone vendicative

  • Una persona che reagisce a qualsiasi offesa, grande o piccola, in forma vendicativa, presenta una cattiva gestione emotiva e una scarsa capacità di conoscersi (quando qualcuno mi offende, libero la mia rabbia e il mio odio).
  • Si tratta di profili che credono di possedere la verità assoluta o universale. Essi sono la legge e la giustizia, il chiaro esempio di ciò che ogni persona dovrebbe essere.
  • Presentano, inoltre, un pensiero dicotomico: o stai con me o contro di me, le cose si fanno o bene o male.
  • Di solito, presentano un grado d’empatia molto basso.
  • Non perdonano e non dimenticano, vivono subordinate al loro passato e al rancore.
Mano con farfalla

Come vediamo, da un punto di vista psicologico ed emotivo, la vendetta o il desiderio di essa non offre beneficio alcuno. Questo impulso, questo bisogno o come vogliamo definirlo, consuma l’integrità e annulla non ogni giudizio favorevole, ma limita anche completamente l’opportunità di avanzare come persona per costruire una realtà più ottimale e felice.

Può darsi che ci sentiamo attratti da quella specie di giustizieri dei fumetti o dei romanzi stile Edmon Dantès. Tuttavia, quello non nascondono altro che sofferenza e solitudine. La miglior vendetta, dunque, resterà sempre quella che non si compie o, per dirlo meglio, vivere bene e che gli altri ci vedano felici è senza dubbio la miglior rivincita di tutte.